L’ARTE DELLA PIETRA A GUBBIO

Nel quadro delle Arti e dei Mestieri presenti a Gubbio, l’Ars Magistrorum Lapidum (arte dei muratori o maestri delle pietre) ha da sempre rivestito un ruolo di primo piano concretamente tangibile anche solo ammirando il volto storico della città con le sue mura di cinta, con le rocche, il Cassero, l’acquedotto ed i tanti edifici presenti nel centro cittadino. Fuori da esso erano situati, nella parte alta del corso del fiume Camignano, le attività dei calcinai e degli estrattori della pietra per la breccia. Il Comune, alla fine del ‘400, vendeva o affittava a questo scopo parti di scoglio roccioso. La breccia cavata veniva cotta dai calcinai il che giustifica la presenza di fornaci attestate anche dai toponimi esistenti in zona (vedi Fornacette); non a caso le varie istituzioni pubbliche e religiose cercavano di ottenere la gestione dei mulini per la macinazione della breccia. Dai vari documenti si evince che, prima della costruzione di Parco Ranghiasci risalente agli anni 40 del 1800, la zona compresa tra la parte terminale dell’acquedotto e l’odierna via del Fiume, era alquanto abitata. Trovandoci in questa parte della città cogliamo l’occasione di aprire una piccola parentesi curiosa: nei pressi di largo Migliorati (Foto1), all’inizio di via della Ripa, vicino ad un pozzo pubblico, vi era una fabbrica di corde armoniche durata ben 100 anni la quale si riconnette alla presenza in città di una fiorente arte musicale proseguita poi nel corso dei secoli fino ai nostri giorni: il 26 aprile 1764, ad esempio, un tal Giovanni Marinelli, inoltra domanda per poter stabilire a Gubbio una fabbrica di corde di budello per violino e liuto, la qual richiesta viene accettata anche perché va in soccorso agli eredi dell’arte dei beccai, cioè dei macellai. Infatti costoro non riuscivano a smaltire tutte le budella e le interiora in loro possesso. Questo retaggio risulterà decisivo per l’attività della scuola di liuteria la quale, nel ‘900, deve gran parte della sua esistenza e prosperità alla figura di Guerriero Spataffi, maestro liutaio. Proseguendo lungo l’area di Parco Ranghiasci, incontriamo un luogo artisticamente e storicamente importante, non solo rispetto alle risultanze e testimonianze ancora presenti, ma anche rispetto a quel quadro di ipotesi che la storia, nel suo tessuto narrativo ed orale, ha sempre tramandato: è il caso della torre di San Luca (Foto 2,3), la quale ancora oggi svetta imponente e, secondo una tesi afferente alla tradizione di un tempo non molto lontano, è collocata vicino al luogo che avrebbe dato i natali a Sant’Ubaldo, la cui centralità rispetto all’arte dei muratori è indubbia. Seguendo il corso del fiume Camignano, troviamo i ponti “dell’Abbondanza” (foto 4,5) funzionali un tempo all’approvvigionamento alimentare della città, in particolare legati alla presenza del mulino per la macinazione del grano necessario alla produzione di farine per la panificazione nel forno comunale. Attualmente nel luogo possiamo constatare l’esistenza del Museo della Pietra (Foto 6), dedicato all’artista Giuseppe Calzuola il quale nasce a Gubbio nel 1932. Un ruolo centrale rispetto alla creazione e conduzione di tale sito lo riveste l’Università di Muratori e Scalpellini. Tale storico sodalizio, tuttora depositario dell’organizzazione della Festa dei Ceri, affonda le sue radici nell’antica arte appena citata. Testimonianza lampante della perizia dei nostri maestri lapicidi è il Palazzo dei Consoli, il cui processo costruttivo fa data dal 14 dicembre 1321 e vede, in posizione egemone, le due carismatiche figure di Angelo da Orvieto e Matteo di Giovannello Gattapone. Nel corso della costruzione del complesso architettonico trecentesco, abbiamo un documento dell’aprile 1337 che rivela anche un’attività di riciclo dei materiali da demolizione: il Comune, infatti, venne ad introitare la somma di libbre 41, soldi 12 e denari 8 dalla vendita dei materiali da recupero degli edifici demoliti, risorse che andarono a profitto della nuova impresa architettonica. L’arte dei maestri lapicidi eleggeva, nel suo seno, i Capitani dei quali abbiamo testimonianza fino al 1663. L’elezione dei Capitani dell’Arte si svolgeva nella residenza comunale e, a riprova di quanto precedentemente detto, è da sottolineare che nell’arte dei muratori o dei maestri lapicidi rientravano tutte quelle figure delle quali si è trattato o alle quali si è comunque accennato: lapicidi, petraioli, fornaciai, lastraioli, cementari, calcinai e stuccatori. Quella dei lapicidi era poi un’arte che connetteva strettamente la città al contado: dalle Riformanze emerge con chiarezza che molti contadini o ex contadini arrotondavano le loro entrate realizzando “lastras, tabulectas, doccias, canneleccias“. I fornaciai in particolare erano assai versatili e garantivano la fabbricazione di coppi, pianelle, mattoni di grandi dimensioni, mattoni più piccoli, “mattonetti”, “mazzocchi”, “tomboli” e condutture di alimentazione idrica e scarico delle acque di scolo. I lapicidi propriamente definiti, o scalpellini, conciavano la pietra con i loro attrezzi (punteruoli, scalpelli e martelli) dando forma ad opere che tuttora possiamo ammirare: le pietre bugnate, i fregi, gli archi a sesto acuto con le loro componenti strutturali, sono frutto del genio e dell’abilità di questi valenti artigiani. Questa complessa e multiforme arte non poteva non conoscere la redazione di un Breve quale testo normativo e di regolamentazione dell’Arte stessa: del 1584 è il “Breve dell’Arte delli Maestri delle pietre” mentre al ‘700 risale il Libro de’ Consigli de’ Muratori. Cuore spirituale dell’Arte dei Maestri lapicidi è la Chiesa di San Francesco della Pace detta anche Chiesa dei Muratori (Foto 7,8). A proposito di questo aspetto esistono due Riformanze del 1618; quello del 22 giugno recita così: “A Muratori si dia il sito per erigere la chiesa. Havendo la Università de Muratori comprata la casa nel luogo detto ‘la Lupa’ per erigere la chiesa di San Francesco della Pace viene posta a votazione la richiesta di uno spazio supplementare. I voti favorevoli sono 43, i contrari 2″. L’altra Riformanza accorda la cessione ai muratori di una porzione di terreno supplementare pari a 8 piede per l’ampliamento del sito sacro. La chiesa deve il suo appellativo di s. Francesco della Pace alla presenza di una lastra di pietra proveniente dal luogo in cui s. Francesco ammansì la lupa. All’interno della Chiesa è tuttora custodito il vessillo dell’Arte, assieme ad un’opera pittorica dell’artista folignate Giovanni Battista Michelini nella quale sono effigiati la Vergine Maria con il Bambino, San Francesco, San Tommaso e Sant’Ubaldo. La presenza di San Tommaso è giustificata dal fatto che tale personaggio, artefice dell’evangelizzazione dell’India, fu costruttore assai esperto e nume tutelare di architetti, carpentieri, muratori; non a caso in mano tiene simbolicamente una squadra. Se Tommaso è il protettore universalmente riconosciuto di queste professioni, la sua presenza accanto a Sant’Ubaldo, rafforza il concetto abbinando il valore simbolico della sua icona insieme a quella del protettore locale. Esiste pure una reliquia nella Chiesa che fa riferimento ad entrambi i Santi. Rimanendo sempre in questo ambito, possiamo citare il capitolo 1 della Costituzione della Confraternita dei Muratori datata 4 maggio 1851, che fa seguito al Breve sopra menzionato: esso recita ” L’ Università dei Muratori è sotto la protezione di Sant’Ubaldo. Lo Stemma è la “Cocchiara e il Martello”. Le Insegne una Cappa di Cottonina, o Tela turchina, con cordone e mappe bianche”. Ci piace citare il caso di un maestro lapicida la cui figura, eminente e riconosciuta, connette l’area storica dell’odierna Via dei Consoli al Palazzo dei Consoli ed al quartiere di Sant’Agostino: è il 5 dicembre del 1520 quando il Comune affida la costruzione della Fonte di San Giuliano ad Antonio di Pierangelo Andreoli ed al maestro Terzuolo di Paolo Sensi, il quale ottiene anche il permesso di erigere una casa nel borgo della Porta di Sant’Agostino e lavora pure alla realizzazione di una suggestiva fontana sita nel Palazzo dei Consoli.