Tra i luoghi che presentano un particolare legame con il santo di Assisi e con la diffusione del francescanesimo nel territorio eugubino, le fonti documentarie ricordano il convento di Santa Maria Assunta a Caprignone, l’abbazia di San Verecondo a Vallingegno, l’ospedale dei lebbrosi in San Lazzaro, la chiesa di Santa Maria della Vittoria detta Vittorina, la monumentale Chiesa di San Francesco e la piccola chiesa di San Francesco della Pace. A questi luoghi sono legati numerosi fatti prodigiosi compiuti da Francesco, episodi significativi del suo viaggio da Assisi a Gubbio, ed eventi rilevanti che attestano le modalità e i tempi di diffusione del francescanesimo a Gubbio e dintorni.

Dopo la sua conversione in pubblica piazza ad Assisi, incamminandosi alla guida della Provvidenza, Francesco si ritrova sulla strada per Gubbio. La prima sosta – forzata – di cui si ha documentazione dal biografo del santo, Tommaso da Celano, è nei pressi di Caprignone vicino Biscina; qui avviene il suo incontro con i ladroni che lo maltrattano, gettandolo in una fossa di neve, dopo che egli si era presentato loro come Araldo del Buon Dio. Luogo significativo questo, perché qui il Conte di Coccorano donerà a Francesco un terreno, in virtù della loro amicizia, per edificare un convento. Il Convento di Caprignone nasce dai ruderi di un’antica chiesa risalente alla fine del XI sec. dedicata alla Vergine Assunta in Cielo e di un probabile tempio pagano preesistente. Qui nel 1223 verrà ospitato il primo capitolo dell’Ordine dei francescani convocato fuori Assisi e in questo luogo i frati minori risiederanno fino alla chiusura definitiva del convento nel 1653. Oggi, a testimonianza, rimane solo la chiesa (foto) la cui struttura risponde ai canoni stilistici mendicanti emersi nel panorama dell’architettura religiosa del centro Italia. L’impianto architettonico è molto semplice: unica navata con abside quadrangolare, presbiterio appena rialzato, finestra al centro dell’abside e finestre laterali lungo la navata; l’aula e la zona absidale sono divise da un arco trionfale che riprende la foggia degli archi diaframma della tradizione cistercense-borgognona. Il complesso, al tempo, era collocato in un’arteria stradale importante perché molto trafficata da viandanti e pellegrini lungo il percorso del fiume Chiascio e per queste caratteristiche e per il contesto politico del XIII sec. – il dominio del comune di Gubbio e poi quello di Perugia – hanno determinato un’alternanza di influenze artistico-culturali riscontrabili nel ciclo di affreschi presenti sulle pareti della chiesa.

Dopo essere stato malmenato dai ladroni a Caprignone, Francesco si rifugia all’Abbazia di San Verecondo di Spissis sulla collina di Vallingegno. Qui, dove si conservano le reliquie del martire Verecondo, si trattiene qualche giorno. I monaci benedettini, come raccontano le fonti, lo accolgono dapprima in modo sgarbato e malevolo obbligandolo a pesanti lavori in cucina. Solo più tardi, col diffondersi della sua fama nel territorio, il priore chiederà perdono a Francesco che verrà accolto e ospitato più volte presso l’Abbazia durante i suoi pellegrinaggi verso La Verna. In questo convento Francesco compì un miracolo: nella stalla del monastero, commosso per la morte di un agnellino ucciso dal morso di una scrofa, lanciò una maledizione all’animale, che morì dopo tre giorni di sofferenze. Il complesso attuale di San Verecondo (foto) è composto dalla chiesa, dal monastero e dal campanile a vela, eretto sulla muratura della torre. All’interno della chiesa, a navata unica, si conservano tracce degli impianti preesistenti, in particolare nella cripta, a pianta quadrata con pilastro centrale a rinforzo della volta a crociera, vi sono capitelli scolpiti secondo stilemi antecedenti all’XI secolo.

Dopo la permanenza presso il monastero di San Verecondo, Francesco arriva a Gubbio accolto dalla famiglia Spadalonga che lo veste della tunica che sarebbe poi diventata il saio simbolo dell’Ordine. A Gubbio si dedica totalmente all’assistenza dei lebbrosi dell’ospedale di San Lazzaro. Oggi la zona di San Lazzaro è un quartiere di prima periferia della città e non rimane nulla della struttura originaria né della chiesa. Tuttavia, la memoria storica di questo luogo è importante per comprendere la vita medievale e l’impatto della malattia sulla società. Storicamente i lazzaretti medievali erano strutture ospedaliere dedicate all’isolamento e alla cura dei malati di lebbra situate all’esterno delle mura cittadine per limitare la diffusione del contagio. Il lebbrosario di Gubbio si trovava a breve distanza dalla città, situato strategicamente vicino al passaggio del torrente Camignano per favorire igiene e terapie. Come in gran parte d’Europa, anche a Gubbio la gestione del lebbrosario era affidata a ordini religiosi – i Canonici della Cattedrale – che si occupavano dell’assistenza ai malati offrendo cure, rifugio e un senso di comunità in un’epoca di grave emarginazione: la lebbra comportava un forte stigma sociale e i lazzaretti erano per questo autosufficienti, con attività agricole e di allevamento per sostentare i malati e i religiosi. Con il declino della lebbra, dopo il XIV secolo, l’uso dei lazzaretti diminuì e molti furono convertiti ad altri scopi. Il periodo trascorso insieme alle persone più bisognose sarà per Francesco la vera svolta verso la piena conversione. Durante la sua permanenza nell’ospedale di San Lazzaro, nacque un profondo legame di amicizia con il Vescovo di Gubbio, Beato Villano, che favorì la concessione della chiesa della Vittorina, situata a breve distanza dal lebbrosario, ai frati minori.

La tradizione indica la Vittorina (foto) come primo luogo in cui si insediarono i frati francescani a Gubbio. L’edificio originario venne realizzato forse nel IX secolo in occasione di una vittoria della città contro i Saraceni e da qui la probabile derivazione del suo nome. Nel 1213 la piccola chiesa venne ceduta a Francesco con l’intercessione del Vescovo di Gubbio Beato Villano e con il consenso dei monaci benedettini che ne erano i beneficiari: i francescani vi rimasero fino al 1241 lasciando la struttura alle suore Clarisse. Situata appena fuori dalle mura della città la chiesa della Vittorina è conosciuta anche come la “porziuncola” eugubina; è proprio qui che, secondo quanto riporta il XXI Fioretto, il Serafico ammansì il feroce lupo nel 1220. Nessuna fonte francescana parla della Vittorina come primo insediamento dei frati minori a Gubbio (i documenti su cui si basa questa ipotesi insediativa sono tutti posteriori al XIII sec.) ma per forma, dimensioni ed ubicazione sembra ancora oggi manifestare le preferenze ideologiche dell’Ordine. Quel che resta della parte originale è l’abside con la piccola monofora romanica strombata, oggi cieca, ornata da due rosette e una croce sulla fronte dell’arco. Esternamente si presenta con una struttura a capanna realizzata in pietra calcarea ed inserti in cotto. La facciata presenta un portale in pietra serena realizzato alla fine del Cinquecento dove al di sopra si trova una finestra con arco a tutto sesto; a lato una finestra tamponata e due lastre, una con uno scudo a bassorilievo entro cui è scolpito un TAU ed è riportata la scritta “Pax et Bonum 1226/1926”, la seconda con l’iscrizione “Qui Francesco placò la perniciosa Lupa“. L’attuale campanile costruito tra il 1934 ed il 1936, posto nella parete destra, sostituisce il precedente posto in posizione più arretrata tra l’altare maggiore e la sacrestia. Dal 1973 e nel corso degli anni successivi, la zona intorno alla chiesetta è stata oggetto di   riqualificazione con la realizzazione di un grande parco chiamato Parco della Vittorina o della Riconciliazione, un luogo in cui natura, arte e suggestione vivono in perfetta simbiosi. All’interno del parco troviamo alcune opere a ricordo dell’episodio dell’incontro di Francesco col lupo: un pannello bronzeo (foto), opera di Farpi Vignoli intitolata Monumento di San Francesco e il lupo (1976), e all’ingresso del parco un gruppo scultoreo in bronzo realizzato da Francesco Scalici, San Francesco e il lupo, collocato nel 2002 (foto).

L’edificazione di una grande chiesa e di un convento dedicati a Francesco, a pochi anni dalla sua morte, fu fortemente voluta dalla città di Gubbio. Nel 1241, infatti, i frati lasciarono la Vittorina per trasferirsi presso il nuovo convento e la monumentale chiesa situata in quella che oggi è Piazza Quaranta Martiri, al tempo la Platea Mercatali, cuore del centro cittadino e luogo con una sua importanza storica. La chiesa di San Francesco (foto), costruita nella seconda metà del XIII sec., sorge proprio su parte dell’area in cui si trovava l’abitazione e il fondaco della famiglia eugubina degli Spadalonga, mercanti di tessuti e lana che avevano accolto, rifocillato e rivestito di una povera tonaca Francesco al suo arrivo a Gubbio. Tanta ospitalità era più che comprensibile: Bernardo Spadalonga aveva intrattenuto spesso rapporti commerciali e di amicizia con Pietro Bernardone di Assisi, padre di Francesco, e lo stesso Francesco aveva condiviso la prigionia a Perugia con Giacomello Spadalonga, figlio di Bernardo, dopo la battaglia di Collestrada nel 1202. Attraverso una bolla di Papa Alessandro IV, sappiamo che nel 1256 la monumentale chiesa di San Francesco era già stata officiata, ma nel 1291 non ancora completata nella decorazione. A progettare l’edificio, in stile gotico-umbro, un architetto del tempo il cui nome è ancora motivo di discussione. La facciata (foto), incompiuta, è semplice ma slanciata; è occupata da un portale ogivale e da un grande rosone centrale, in stile romanico, proveniente dalla chiesa di San Francesco a Foligno. Le tre absidi poligonali originarie, sono rafforzate da paraste agli spigoli e aperte da monofore. Sull’abside destro si innesta il campanile poligonale costruito nel Cinquecento. Internamente si presenta a tre navate, alte e spaziose, con volte a crociera, che risalgono alla sua trasformazione avvenuta nel 1720. Nel XVIII sec. vennero aggiunti gli altari barocchi e tamponate alcune finestre ogivali trilobate: questi interventi hanno, purtroppo, cancellato gran parte dei dipinti murali delle pareti laterali. La cripta sottostante custodisce resti di costruzioni più antiche e testimonianze archeologiche. Il convento attiguo, anch’esso della metà del XIII sec., era considerato il più capiente del tempo tanto da essere denominato “Convento delle Cento Celle”. Qui meritano uno sguardo i chiostri, il refettorio e la sala capitolare con interessanti resti di affreschi. All’esterno della chiesa, nella piazzetta antistante, si trova una statua in bronzo, alta circa tre metri raffigurante San Francesco e il lupo ammansito, realizzata dallo scultore eugubino Roberto Bellucci nel 1997: San Francesco non è solo figura religiosa dentro la chiesa, ma simbolo accessibile e pubblico per la comunità (foto).

L’itinerario eugubino si conclude con la chiesa di San Francesco della Pace, unica al mondo a portare tale titolo. E’ conosciuta anche come chiesa dei Muratori, perché sede dell’Università dei Muratori, Scalpellini e Arti Congeneri, cioè l’antica corporazione medioevale dell’Arte dei Petraioli di cui si fa menzione già nello statuto cittadino del 1338. La chiesa (foto), nel Quartiere di Sant’Andrea, è situata in quella che nel XIV sec. era la Contrada di Morlupo: non si conosce con precisione l’origine di questa denominazione ma potrebbe avere a che fare con la memoria storica legata al lupo, o alla lupa. I documenti ci attestano che già nel dicembre 1503 il Consiglio Comunale concede al monastero di San Francesco l’autorizzazione a costruire una Cappella dedicata al Poverello di Assisi nel luogo detto “il fosso” (sulla direttrice tra Via Savelli della Porta e Via Baldassini) dove si conservava la memoria della morte del lupo ammansito da Francesco e, precisamente, sopra la grotta dove per oltre due anni visse l’animale, amato e curato dagli eugubini, fino alla sua morte. Ma questa Cappella non venne mai costruita. Nel giugno 1618, il Comune di Gubbio concede all’Università dei Muratori una parte di suolo pubblico per ampliare la chiesa che si stava costruendo in onore di San Francesco della Pace. Al di là delle vicende costruttive, sembra alquanto particolare che tra tutte le zone del centro urbano di Gubbio, si sia deciso di innalzare nello stesso luogo, l’antica contrada di Morlupo, e a distanza di più di cento anni, dapprima una piccola cappella e poi una chiesa dedicata al patto di pace tra Francesco e il lupo. Sull’architrave del portale di ingresso della chiesa è scolpita la figura di una lupa sdraiata (forse morta), all’interno un altare che sembrerebbe essere la pietra sopra la quale il Poverello tenne un sermone dopo aver ammansito la feroce bestia. Al piano inferiore si conserva, murato nel pavimento, il coperchio altomedioevale di un sarcofago identificato come la tomba della lupa. Nel 1873, in Via Savelli della Porta, poco distante dalla Chiesa di San Francesco della Pace alcuni muratori, nel rimuovere la pavimentazione della strada, trovarono una pietra, ben lavorata raffigurante una croce, che ricopriva un piccolo sarcofago contenente, secondo quanto accertato dal medico veterinario comunale Giovanni Spinaci, uno scheletro di canide. Nel saggio del 1927, pubblicato sulla rivista “Studi Francescani”, Padre Ugolino Paris OFM riporta quattro testimonianze dei fatti accaduti, rilasciate a Padre Emidio Selvaggi OFM, allora custode della Basilica di Sant’Ubaldo; la testa, descritta lunga non meno di 25 cm, venne custodita all’interno di una bottega cittadina ma andò in frantumi per cause accidentali e col tempo anche gli altri resti dello scheletro vennero dispersi. Dunque nulla di certo c’è ancora sulla grotta, la tomba e sui resti del lupo o lupa di Gubbio: saperne di più comporterebbe un enorme passo avanti per comprendere e ricostruire i rapporti, di varia natura, che la vicenda francescana ebbe con la città eugubina.