Figlia del conte Favarone Offreduccio e della moglie Ortolana Fiumi, nacque in una classica casa – torre della nobiltà, prima di tre sorelle. A seguito della rivolta dei minores contro i maiores ossia della borghesia contro la nobiltà in cui i minores che reclamavano l’indipendenza della città di Assisi, distrussero la fortezza e molte case dei nobili, la famiglia di Chiara così come altre si trasferì a Perugia e tornò solo anni dopo quando i maiores riuscirono a riottenere il controllo della città. Ciò avvenne nella storica battaglia di Ponte san Giovanni in cui Francesco fu fatto prigioniero.

Ma qual era la vita di Chiara? Come tutte le ragazze aristocratiche aveva abbondanza di abiti e gioielli, ma viveva in una sorta di torre d’avorio. Facevano vita separata dal resto della famiglia, in stanze dedicate esclusivamente alle donne. Non era loro consentito di uscire se non per recarsi alle funzioni religiose, non potevano nemmeno affacciarsi alle finestre al fine di proteggere la loro reputazione. Conoscevano la vita attraverso la lettura di romanzi cavallereschi, del Vangelo, delle vite dei Santi e attraverso qualche racconto della servitù. La loro prospettiva era il matrimonio o in alternativa il convento. Le ragazze in genere apprendevano le arti manuali proprie di una buona sposa, ma venivano anche istruite nella lettura e scrittura sia in latino che nella propria lingua. La sorte di Chiara era quindi decisa, avrebbe dovuto sposare un cavaliere per garantire una utile alleanza agli Offreuccio, ma già durante l’esilio a Perugia aveva iniziato a dedicarsi ad atti di carità verso i più bisognosi e una volta tornata ad Assisi nel 1205, Chiara, per condividere la condizione della povera gente, era solita indossare vesti di tessuti rozzi sotto ai suoi abiti ricchi. La povertà e ciò che aveva determinato in seno alla Chiesa Cattolica era un tema che Chiara conosceva, perché le informazioni su ciò che stava succedendo in Italia e in Europa erano giunte anche a lei.  Certamente sapeva delle rivendicazioni di una vita più conforme al Vangelo dei Catari, Valdesi e Patarini, considerati eretici dalla Chiesa ufficiale. Nella formazione di Chiara fu estremamente importante anche la figura di sua madre, ortolana Fiumi che discendeva da una famiglia aristocratica, una donna che non si limitava alla vita di clausura negli appartamenti della famiglia, ad esempio era andata in Terrasanta, A Roma e a Santiago de Compostela. in pellegrinaggio con un seguito di amiche e vicine ed aveva una personalità devota e intraprendente. Crescendo Chiara aveva sempre più vivo il desiderio di vivere in povertà e seguendo le indicazioni del Vangelo, ma non sapeva come dare seguito a questi suoi intendimenti.  La svolta avvenne con l’incontro con Francesco. Chiara aveva sentito parlare di lui e dei suoi penitenti e fu la sua amica Bona di Guelfuccio ad organizzare i primi incontri. Le donne partecipavano insieme e di nascosto a queste riunioni dove Chiara cercava risposte alla sua volontà di dedicarsi ai poveri e Francesco la incoraggiava a lasciare tutto e a dedicarsi totalmente a Gesù. L’abbandono della vita da giovane aristocratica avvenne la domenica delle Palme del 1211. Chiara partecipò alla messa indossando i suoi abiti migliori, per non suscitare sospetti e durante la notte riuscendo ad aprire una entrata posteriore della torre di famiglia lasciò la sua casa e si diresse verso le porte di Assisi dove Francesco e alcuni confratelli l stavano aspettando. Aveva 18 anni. La sua conversione fu accompagnata da un rito semplice e simbolico. Dopo la lettura del Vangelo della Settimana Santa, Chiara si spogliò degli abiti costosi e raffinati e a indossò un saio umile e rozzo, infine porse il capo a francesco che le tagliò i lunghi capelli biondi. Quella stessa notte Francesco accompagnò Chiara al convento benedettino di San Paolo delle Abbadesse che aveva il privilegio del diritto d’asilo concesso da papa Innocenzo III. Questa cosa fece desistere i suoi parenti che si erano presentati per riportarla a casa quando Chiara si oppose mostrando di aver fatto una scelta definitiva. Da San paolo, dove la maggior parte delle monache erano di nobili origini Chiara pochi giorni dopo fu trasferita alla chiesa di S. Angelo in Panzo dove viveva un piccolo gruppo di donne eremite.  Nei giorni di silenzio e preghiera che seguirono Chiara maturò l’idea definitiva di quella che sarebbe stata la sua comunità. Non voleva vivere isolata perché non avrebbe potuto mettere in pratica la “fraternità” che sperimentavano i frati minori e nemmeno avrebbe voluto la clausura perché questa le avrebbe impedito una vita in povertà infatti i conventi ricevevano dalla Chiesa e dalle doti delle monache beni materiali che consentivano una vita agiata. La sua idea di comunità quindi somigliava molto a quella dei frati minori di Francesco e la possibilità di realizzarla si fece concreta quando a lei si unirono sua sorella Caterina che prese il nome di Agnese e Pacifica, la sorella della sua amica Buona dei Guelfucci. Fondarono una comunità contemplativa senza forme di isolamento individuale perché ciò avrebbe impedito il dialogo spirituale. Bisognava essere specchio di Dio nella vita e rispecchiarsi in lui, ma soprattutto vivere in povertà.

Quando Francesco decise che Chiara e le sue compagne erano pronte le condusse a San Damiano. La prima comunità formata da Chiara era di stampo famigliare, oltre a lei, la sorella Caterina, l’amica Pacifica si aggiunsero altre amiche e cugine, l’altra sorella Beatrice e sua madre Ortolana che era rimasta vedova. La comunità si organizzò a San Damiano intorno al piccolo eremo che Francesco aveva restaurato, accanto all’edificio che era destinato loro c’era quello dei confratelli che secondo la consuetudine dovevano occuparsi delle consorelle dell’ordine sia dal punto di vista materiale che spirituale.  Il piccolo gruppo di religiose mise in pratica la forma di vita francescana senza chiedere  approvazioni  ecclesiastiche e senza nemmeno fa riferimento all’ordine maschile come era di consuetudine. , vivevano di elemosine e non esistevano tra loro gerarchie dovute alla classe sociale di appartenenza o all’educazione ricevuta, il ruolo di Chiara alla direzione del monastero fu un obbligo , voluto da Francesco che essendo sempre in giro per le predicazioni non riusciva più a occuparsi delle damianite. La loro povertà era evidente anche dalle case dove vivevano che erano umili e fatte di legno e paglia e muri poco stabili. L’ordine delle sorelle minori portava avanti una forma di vita che rea una sintesi tra il modello cenobita e quello eremitico intriso della spiritualità francescana.  Nella quotidianità Chiara e le sorelle facevano una vita molto austera scandita da preghiera e penitenza e dalle cronache Chiara esigeva da se stessa moltissimo ad esempio digiunava tre volte a settimana e comunque si nutriva pochissimo, sotto la tunica di lana e il mantello indossava per penitenza bianche ria estremamente ruvida fatta di pelle di maiale o peli di coda di cavallo. Era estremamente servizievole ed umile a partire dalla cura che rivolgeva a tutte le sue consorelle. La comunità di San Damiano divenne ben presto nota e sul suo esempio sorsero altre comunità a Firenze, Lucca e Siena, ma la Chiesa temeva le eresie dato che aveva uno scarso controllo su queste comunità che erano nate senza una autorizzazione ecclesiastica per cui fu convocato un apposito Concilio che definì che le comunità di mulieres religiosae dovessero obbligatoriamente avere una regola e dipendere dalla santa sede per il sostentamento. Anche la comunità di San Damiano per non essere sciolta dovette riferirsi a una regola e quindi rientrare in un ordine esistente.  Chiara e le sue consorelle scelsero quella dell’ordine benedettino che però andava contro una regola fondamentale delle Damianite: la povertà poiché i conventi benedettini che erano di clausura dovevano avere delle proprietà per mantenersi, invece le sorelle minori vivevano di elemosina e così Chiara chiese e finalmente ottenne dal papa il “privilegio della povertà”. Ma gli attacchi all’ideale di Chiara non finirono qui. Il cardinale Ugolino, futuro papa Gregorio IX , redasse le Costituzioni ugoliniane che mettevano in campo modifiche incompatibili. Ad esempio stabiliva che i gruppi femminili che risiedevano vicino alle città fossero esclusivamente di clausura , non dovevano farsi vedere da nessuno e vennero poste grate a finestre e a tutti gli spazi comunicanti con l’esterno e tutti coperti con delle tende nere inoltre alle sorelle era proibito parlare e ascoltare, anche questo era totalmente opposto all’idea di Chiara perché altro fondamento era il dialogo spirituale e la predicazione, inoltre veniva stabilita una gerarchia all’interno della comunità basata sull’appartenenza di classe  tra signore e serve. Tutti questi cambiamenti e la volontà delle damianite di resistere indussero Francesco a tornare in anticipo dalla Terra Santa e le esortò a rimanere sempre fedeli al progetto di seguire Cristo in povertà. Quando il cardinale Ugolino visitò la comunità di san Damiano si rese conto che era totalmente diversa dagli altri monasteri costruiti con i soldi delle ricche dame e che queste donne che vivevano poveramente da eremite prima che fosse loro imposta la clausura, non facevano quella vita per nascondersi dal mondo, ma all’opposto per contaminare il mondo con il loro esempio. E quindi quando fu papa rinnovò loro il privilegio della povertà.

Dopo la morte di San Francesco però aumentò notevolmente la distanza di vedute tra i frati minori e le comunità femminili che seguendo le idee di Clara rifiutavano la stretta clausura, solo i pochi del nucleo originario di Francesco continuavano a sostenere le comunità damianite. Anche papa Innocenzo IV confermò per le comunità damianite la stretta clausura, la detenzione di proprietà e l’abolizione del privilegio della povertà. Chiara, sentendo ormai prossima la fine consapevole che non poteva lasciare le consorelle senza una regola su cui basare la vita religiosa e quindi decise di scriverla da sé. Gli elementi fondamentali riguardavano la forma di vita  basata su obbedienza, povertà e castità; il ruolo della abbadessa che esercitava un ruolo più democratico e doveva condividere in tutto la vita delle consorelle; per tutte era obbligatorio osservare la povertà; la clausura era in forma aperta, per motivi utili, ragionevoli, e approvati motivi era possibile uscire all’interno della comunità non c’era nessuna gerarchia ; le consorelle, compiuti i doveri spirituali potevano dedicarsi al lavoro secondo le indicazioni della abbadessa .  In prima istanza, fu papa Alessandro IV, già cardinale Rainaldo, da sempre protettore della comunità, a far giungere la regola dell’Ordine bollata quando Chiara era sul letto di morte, l’11 agosto 1253. Il processo di canonizzazione di Chiara iniziò subito dopo la sua morte, fondamentale fu la testimonianza delle sue consorelle di San Damiano le quali riferirono fatti straordinari e miracoli da cui derivano i suoi attributi iconografici quali l’ostensorio e il pastorale.