L’ARTE DELLA CERAMICA A GUBBIO
Molte attività produttive più che dell’energia idrica derivante dalle acque del fiume Camignano, necessitavano dell’energia termica derivante dall’uso del fuoco; è il caso dell’arte dei vasai e dei fabbri. Le prime documentazioni scritte sull’arte dei vasai a Gubbio risalgono al XII sec. ma la presenza di numerosi reperti ceramici e resti di antiche fornaci, attestano una pratica molto diffusa ovunque nel territorio a partire dall’età del bronzo. Il motivo è da ricercare sicuramente nell’elevata qualità delle argille locali che erano marnose e ricche di calcare e ossido di ferro; i migliori giacimenti erano localizzati nella parte bassa della conca eugubina, lungo il fiume Saonda. L’attività manifatturiera ebbe grande impulso a partire dalla metà del XV secolo. Ai numerosi vasai locali si associarono allora maestri forestieri provenienti da realtà altrettanto importanti nell’arte della ceramica che produssero contaminazioni interessanti.
Sul finire del ‘400, tra i figuli di rilievo a Gubbio vi era sicuramente Giacomo di Paoluccio, titolare di una prestigiosa bottega situata nel quartiere di S. Giuliano, lungo via della Ripa a ridosso delle mura urbiche (foto 1). La bottega di Paoluccio era molto conosciuta e frequentata da committenti prestigiosi e già si praticava al tempo il lustro. È qui che Mastro Giorgio Andreoli iniziò la sua attività a Gubbio; nativo di Intra sul lago Maggiore, insieme ai fratelli Salimbene e Giovanni, contrasse con Paoluccio società per la produzione di vasellame in attesa di ricevere la cittadinanza. Probabilmente è in questa bottega che Mastro Giorgio apprese la tecnica dei riflessi metallici di derivazione araba chiamata al tempo “Maiolica”, di cui egli divenne grande interprete. La sua produzione è nota per l’uso del lustro rosso rubino ma parallelamente sperimentò anche altre tonalità: giallo oro, camoscio, argento e verde metallico. Recenti ricerche nanotecnologiche sulla composizione chimica dello strato di lustro presente sui manufatti della sua bottega, hanno evidenziato la presenza di bismuto, un elemento chimico noto come “testum argenti” che trovandosi a contatto con strati di argento ne segnalava la presenza nelle rocce; il suo impiego nel procedimento di realizzazione del colore per il lustro, in sostituzione del vero argento, consentiva ai ceramisti di abbattere i costi di produzione. Contemporaneamente essendo l’uso del bismuto un importante marker distintivo della produzione di Mastro Giorgio, consente agli studiosi di distinguere la produzione italiana a lustro del Rinascimento da quella ispano-moresca da cui deriva che invece ne è priva. La sua bottega fu celebre anche per la produzione di maioliche istoriate, per le quali egli spesso ricorse alla collaborazione di abili pittori del tempo provenienti principalmente da Urbino e Casteldurante (attuale Urbania) (foto 2,3). L’eredità di Mastro Giorgio, venne raccolta direttamente dai figli Ubaldo e Vincenzo; fu nella bottega di Gubbio di quest’ultimo, noto come “Mastro Cencio“, che il Cipriano Piccolpasso si recò per descrivere nel suo manoscritto sull’arte del vasaio il procedimento per ottenere il lustro rosso (foto 4). Mastro Giorgio aveva casa e bottega nel quartiere di S. Andrea, presso l’area del Vescovado, in prossimità delle mura urbiche; oggi in quella zona una piccola piazzetta è a lui intitolata. La produzione di vasellame di ceramica necessitava di fornaci che sprigionavano fumi e potevano essere causa d’incendio. Per questo dal 1349 esisteva in Gubbio un ordinamento Consolare che vietava a chiunque di possedere nelle proprie abitazioni fornaci per cuocere i vasi; da qui la decisione d’individuare delle zone esterne alla città o prossime alle mura urbiche in cui organizzare le botteghe e le fornaci. A partire dalla metà del’300 è attestato un “burgus fornaciariorum” fuori porta S. Agostino, a ridosso delle mura dell’omonima Chiesa e convento degli eremitani, nella parte orientale della città alle pendici del monte d’Ansciano (foto 5). La scelta di questo luogo ad est della città, non fu casuale ma è legata alla presenza del torrente Cavarello, che era destinato a raccogliere tutte le acque di scolo della città; acque contaminate, non destinate quindi al rifornimento idrico delle fontane cittadine. Nel Borgo erano ubicate le fornaci, le botteghe e le abitazioni dei Floris o De Floribus e dei Traversi, due dinastie di ceramisti e fornaciai eugubini, protagoniste insieme agli Andreoli del periodo aureo della ceramica locale; in particolare quella dei Floris fu una bottega attiva per ben sette generazioni, dalla prima metà del XV sec. alla metà del XVII sec. e al suo interno si specializzarono altre professionalità come quella dei fabbri. Nomi importanti della loro attività di produzione ceramica furono quelli di Vittorio di Filippo, detto il Prestino, Sabatino di Giovanni e Filippo di Sabatino che intrattennero rapporti con altre botteghe locali, come quella di Mastro Giorgio, e dei territori limitrofi quali S. Sepolcro, Urbino, Casteldurante e Deruta. Grazie all’abbondante documentazione d’archivio inerente alle committenze ricevute dalle sopracitate botteghe, possiamo delineare la produzione tipica di un vasaio eugubino del tempo; accanto al vasellame vario per uso domestico, troviamo quello di uso farmaceutico, legato alla presenza nel territorio di numerose spezierie legate all’amministrazione comunale, a monasteri e confraternite, alle arti e corporazioni. Altrettanto importante era la produzione di laterizi (coppi, pianelle, mattoni) e tomboli di terracotta usati per realizzare scarichi o condutture nelle antiche abitazioni. I Floris si distinsero anche nella produzione della prestigiosa ceramica a lustro, che ebbe nella figura del Prestino probabilmente uno degli ultimi maestri a Gubbio (foto 6). Proseguendo in discesa lungo via Dante e un breve tratto di Corso Garibaldi, si raggiunge a sinistra, attraverso via Armanni, il quartiere di S. Pietro dove nelle vicinanze dell’omonima Chiesa, presso i giardinetti, era la casa di Angelico Fabbri; chimico – farmacista oltre che autorevole uomo politico, a Fabbri va riconosciuto il merito di aver iniziato a Gubbio, a metà dell’800, la riscoperta della maiolica a lustro. Decisiva fu sicuramente in questo senso la forte richiesta da parte di collezionisti stranieri ed antiquari, di manufatti di maiolica a lustro provenienti dalla bottega di Mastro Giorgio Andreoli. Fabbri, autore anche della pubblicazione “Come si ottengono i lustri ad iride”, proseguì le sue sperimentazioni con il giovane Luigi Carocci, chimico che poi si dedicò al perfezionamento della tecnica del lustro nella fabbrica di ceramica di Luigi Ceccarelli, situata nei pressi dell’Abbondanza, lungo il torrente Camignano. Fonti bibliografiche, hanno evidenziato il ruolo di spicco rivestito dalla fabbrica Ceccarelli nel perfezionamento delle vernici metallico- cangianti (foto 7). Un ulteriore perfezionamento dei lustri eugubini avvenne, dal 1865 circa, nella fabbrica diretta da Giovanni Spinaci, il quale sembra abbia appreso dal Carocci il segreto di tale lavorazione. A partire dai primi anni Ottanta fu attivo anche lo stabilimento ceramico di Antonio Passalboni, che produsse caratteristici piatti con intensi lustri e raffinate decorazioni a rilievo. Maioliche riverberate, ma anche e soprattutto in policromia, vennero realizzate fino all’inizio del Novecento da Giuseppe Magni, per lungo tempo professore di disegno nelle scuole tecniche di Gubbio.
Il quartiere di S. Pietro, è inoltre da ricordare per essere stata la zona in cui esercitò, nel ‘700, il fabbro Ubaldo Petrini, detto “Giurancavallo”, figura nota da fonti documentarie ma anche attraverso memorie di altri fabbri vissuti in epoche più recenti; personaggio quasi mitico, si narra che avesse l’abitudine di recarsi al monte Ingino a cercare delle erbe da utilizzare nella lavorazione del ferro. Il Giurancavallo fu fabbro di fiducia dei Monaci Olivetani di S. Pietro ai quali forniva chiodi, serrature, serrate, balaustre oltre alla intelaiatura in ferro, alla cinese, per la bussola della chiesa di S. Pietro che possiamo ancora ammirare all’interno dell’edificio.
















