Cinque generazioni di artisti eugubini furono attivi ad Assisi tra Duecento e Quattrocento, nel più grande cantiere dell’Europa medievale. Essi affiancarono i grandi maestri impegnati nella decorazione della Basilica di san Francesco, divenendo poi essi stessi veicolo di diffusione dei nuovi linguaggi artistici. Gli artisti eugubini risultavano affidabili in quanto si dimostravano molto ricettivi delle novità stilistiche e tecniche. Nella scelta della loro presenza incise anche la provenienza da una città guelfa alleata dello Stato della Chiesa. La prima presenza importante fu quella del Maestro dei Crocifissi francescani, il cui vero nome sarebbe, secondo alcuni studiosi, Guido di Pietro da Gubbio, forse padre del famoso Oderisi, l’honor d’Agobio celebrato da Dante Alighieri nella Divina Commedia, nell’XI canto del Purgatorio, come uno dei più abili miniatori del suo tempo. Il pittore si formò intorno alla metà del XIII secolo in Umbria, partecipando alla prima fase decorativa della basilica assisana, quella che vide protagonista Giunta Pisano, il fuoriclasse della pittura italiana del Duecento che precede l’attività di Cimabue. All’epoca lo stile pittorico in voga era quello “bizantino” proveniente dal vicino Oriente, privo di volume e senza profondità ma molto raffinato ed elegante, uno stile che rispondeva perfettamente all’esigenza di rappresentare simbolicamente le immagini sacre, la loro essenza e il loro mistero. Nella basilica inferiore l’anonimo maestro eugubino avrebbe eseguito le Storie della Passione sulle pareti settentrionali della navata, (foto n.1) e due Croci dipinte per gli altari, conservate oggi al Museo del Tesoro presso il Sacro convento di Assisi (foto n.2) e al Museo di Colonia. Le croci dipinte furono in quel periodo tra le opere su tavola più richieste, non erano destinate agli altari ma venivano appese in cima all’iconostasi o nell’abside, come testimoniano alcuni dettagli presenti negli stessi dipinti della basilica assisana (foto n.3). Le croci dipinte dal Maestro dei Crocifissi francescani raffigurano il Christus Patiens, il Cristo sofferente, con gli occhi chiusi, espressione mesta, capo reclinato e corpo incurvato sulla croce. Il modello umanizzava la figura di Cristo ed era stato diffuso in Umbria da una perduta croce realizzata da Giunta Pisano per la basilica superiore. Accanto alle novità di carattere stilistico e iconografico nel cantiere di Assisi gli artisti furono testimoni e partecipi dello sviluppo di nuove tecniche artistiche (arte della vetrata) e del perfezionamento di altre. I cambiamenti più rivoluzionari si ebbero nella pittura murale che dalla metà del XIII secolo non verrà più stesa a secco, applicando i colori direttamente sul muro asciutto ma a fresco. Fino alla fine del Duecento l’affresco era eseguito “a pontate”, si dipingeva cioè la porzione di intonaco lunga quanto il ponteggio stesso utilizzato dai pittori. Una volta completata la parte si spostava il ponteggio e si riprendeva; l’esecuzione seguiva un andamento orizzontale ed era veloce dovendo compiersi prima che l’intonaco si asciugasse, conseguentemente lo stile rapido e spontaneo originava raffigurazioni poco dettagliate e precise con molti elementi stesi successivamente a secco. Dalla fine del XIII secolo per consentire una resa più particolareggiata e realistica, specie nelle figure umane, si passò alla stesura “a giornata”, dipingendo la porzione di intonaco che aveva i tempi di asciugatura di una giornata. Se il blu sembra essere stato il colore prediletto dal Maestro dei Crocifissi francescani nei dipinti su tavola, il rosso caratterizzò di certo molte opere del Maestro della Croce di Gubbio. Il pittore fu attivo tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo a Gubbio e in altri centri dell’Umbria con una fiorente bottega le cui specialità furono le Croci dipinte, le Maestà e le Madonne in trono con Bambino, eseguite ad affresco o a tempera su tavola. Il suo stile eclettico maturò nel cantiere della basilica superiore di Assisi al seguito delle maestranze cimabuesche e romane e poi con il giovane Giotto. Qui il maestro eugubino avrebbe operato come aiuto nelle decorazioni ad affresco della parete settentrionale, sia nelle scene neotestamentarie del livello superiore che nelle storie francescane del livello inferiore (foto n.4). Vi è una forte somiglianza nei motivi decorativi, nei volti di alcuni personaggi e nelle caratteristiche di intere ambientazioni tra questi affreschi assisiati e altre opere umbre del maestro eugubino, ad esempio nella Croce bifacciale della Galleria Nazionale dell’Umbria (foto n.5), nella Madonna col Bambino della tavola della chiesa di san Damiano ad Assisi (foto n.6). Il nome convenzionale del maestro deriva dalla Croce dipinta conservata oggi nel Museo Civico di Palazzo dei Consoli (foto n.7). Vi è raffigurato in tutta la sua umanità e modernità il Cristo sofferente di stampo giottesco, l’ispirazione è sicuramente l’opera realizzata da Giotto per la chiesa di Santa Maria Novella a Firenze o forse un esemplare perduto dipinto dal pittore toscano per la stessa Basilica francescana di Assisi. Il più importante allievo e collaboratore di Giotto nel cantiere della Basilica francescana di Assisi si chiamava Palmerino di Guido ed era anche lui originario di Gubbio. Il pittore, noto al pubblico come Maestro Espressionista di Santa Chiara, fu attivo dagli ultimi anni del XIII alla fine degli anni trenta del XIV secolo, prevalentemente tra Gubbio e Assisi. Dopo un esordio nelle Storie francescane della parete meridionale della basilica superiore (foto n.8), probabilmente al seguito di una bottega di aiuti coordinati dal Maestro della Croce, affiancò Giotto nella realizzazione delle Storie della Maddalena (foto n.9), delle Storie di Cristo (foto n.10) e delle Storie di san Martino nella basilica inferiore. Grazie a questa collaborazione Palmerino di Guido si accreditò con successo presso l’Ordine francescano ottenendo importanti committenze come le Storie di Santa Chiara (foto n.11) per la basilica omonima ad Assisi, che gli valsero l’appellativo di “maestro espressionista” con cui è noto. Il pittore eugubino interpretò il naturalismo giottesco con un linguaggio più cordiale e popolare, dagli accenti patetici e sentimentali, la sua risposta alle esigenze devozionali espresse dalla spiritualità francescana. Negli anni in cui il Maestro Espressionista eseguì le opere ad affresco nella basilica inferiore, oltre a Giotto sono attivi lì Pietro Lorenzetti e Simone Martini. I maestri senesi influenzarono il linguaggio figurativo del Maestro Espressionista nella fase matura della sua attività quando fece ritorno a Gubbio; le opere eseguite nella sua città natale contribuirono a divulgare quel raffinato stile gotico senese che caratterizzò la scuola pittorica eugubina della prima metà del XIV secolo, con l’attività delle botteghe di Guido Palmerucci (suo figlio) e Mello da Gubbio.
La grande stagione della decorazione trecentesca nel cantiere della basilica assisana si chiuse con la Cappella di Santa Caterina dove fu sepolto per un breve periodo Egidio Albornoz, il potente cardinale spagnolo inviato in Italia da papa Innocenzo VI per sottomettere alla Chiesa le città del Patrimonio di San Pietro ribellatesi in seguito al trasferimento della sede pontificia in Francia, ad Avignone. L’Albornoz finanziò nel 1362 il restauro della cappella, progettata dall’architetto eugubino Matteo di Giovannello detto il Gattapone e dipinta dal pittore Angelo de Bartoli da Bologna (foto n.12). Nel 1422 toccò infine al grande pittore eugubino Ottaviano Nelli varcare l’ingresso della basilica inferiore e dare il suo contributo artistico al luogo in cui si custodivano le sacre spoglie di san Francesco. Suo è infatti l’affresco raffigurante la Madonna in trono col Bambino tra san Francesco, san Antonio abate e san Rufino. Il dipinto, reso in perfetto stile gotico fiorito e noto come la Madonna della salute, si trova a sinistra nella campata d’ingresso, accanto alla Cappella di san Sebastiano (foto n.13).



















