La spiritualità francescana non poteva non trarre alimento dall’esempio di Francesco anche in campo lirico, poetico, musicale, perché il Santo stesso, nella sua peregrinazione, aveva attinto largamente al deposito trobadorico e cavalleresco: Francesco, prima di intraprendere la via della conversione e della testimonianza religiosa resa luminosa e potente attraverso la tormentata, a tratti rocambolesca vicenda della Regola, aspirava a diventare un cavaliere, partecipa al conflitto che vede Assisi in armi contro Perugia, patisce la prigionia, torna con l’animo acceso da una nuova luce e si mette in viaggio verso Roma e il Levante, salvo a Spoleto ricevere la chiamata di Cristo e ritornare, quindi, ad Assisi con nel cuore una nuova vocazione che si integra e sublima il primigenio ideale cavalleresco. Nella rinuncia, nella penitenza, nel sacrificio, Francesco è come il Lancelot, o Lancillotto, di Chretien de Troyes (1135 – 1190), il quale, per amore di Ginevra, si spoglia di ogni amor proprio e sale perfino sulla carretta dei condannati, diventando Chevalier a la charrette, ovvero cavaliere sul carretto dei condannati, umiliato e nobilitato al tempo stesso, Lancillotto per l’amata, Francesco per la sua fede. Che dire poi delle esibizioni mimiche messe in campo a San Leo davanti ad un pubblico stupito, fra il quale c’è quell’Orlando dei Catani o Cattani, casentinese, che donerà a Francesco il sito della Verna? Clamoroso poi è l’epiteto che si auto – affibbia Francesco dinanzi ai briganti che, percuotendolo, credono di annichilirlo: “Sono l’araldo del Gran Re!”, grida e ride in faccia ai masnadieri, che ne rimangono colpiti. La parola araldo si rende in latino con la voce praeco, la quale somiglia tanto a prece (preghiera) ma, ancor più, indica la figura del giullare, da qui anche “giullare di Dio”. La chanson de geste, che forse Francesco conobbe addirittura grazie ad un manoscritto riportato dal padre dopo un viaggio oltralpe, anima, nel suo spirito, moltissimi risvolti della vita di Francesco, anche dove meno pensiamo di trovarne. L’altro elemento della poetica francescana, variamente declinata, è la spiritualità diremmo pan – naturalistica, che rifulge nelle odi del Santo a tutte le creature, poiché in ogni frammento, elemento, forma animata e non del Creato, vi è l’impronta di Dio, in un teatro di mirabilia che esalta lo spirito e, come itinerario della mente e del cuore, conduce al Creatore.

Il Cantico delle creature, composto in volgare umbro da Francesco attorno al 1224, forse in tre diversi passaggi, con contestuale dettatura a Fra’ Leone, è il primo testo poetico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore: un sentimento potente di fratellanza, quasi di immedesimazione e fusione con l’universo intero lo ispira.

Altissimu, onnipotente,

bon Signore, tue so’ le laude,

la gloria e l’honore et

onne benedictione.

Ad te solo, Altissimu, se konfàno et

nullu homo ène dignu te mentovare.

 Laudato sie, mi’ Signore,

cum tucte le tue creature,

spetialmente messor lo

frate sole, lo qual è iorno,

et allumini noi per lui; et

ellu è bellu e radiante cum

grande splendore: de te,

Altissimo, porta

significatione.

Laudato si’, mi’ Signore,

per sora luna e le stelle: in

celu l’ài formate clarite et

pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore,

per frate vento et per aere

et nubilo et sereno et onne

tempo, per lo quale a le

tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore,

per sor’aqua, la quale è

multo utile et humile et

pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore,

per frate focu, per lo quale

ennallumini la nocte, et

ello è bello et iocundo et

robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore,

per sora nostra matre

terra, la quale ne sustenta

et governa, et produce

diversi fructi con coloriti

flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore,

per quelli ke perdonano

per lo tuo amore, et

sostengo infirmitate et

tribulatione.

Beati quelli che ‘l sosterrano in pace,

ca da te, Altissimo, sirano

incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore,

per sora nostra morte

corporale, da la quale

nullu homo vivente pò

scappare: guai a quelli che

morrano ne le peccata

mortali.

Beati quelli che trovarà ne

le tue santissime voluntati,

ka la morte secunda no ‘l

farrà male.

Laudate et benedicete mi’

Signore et ringratiate et

serviateli cum grande

humilitate.

Ripercorrendo le varie tappe della letteratura italiana, troviamo un Francesco paragonato al Sole da Dante Alighieri (1265 – 1321), nel Canto XI del Paradiso, laddove il Sommo poeta verseggia, con diretto riferimento a Gubbio ed Assisi:

“Intra Tupino, e l’acqua che discende

Del colle eletto del beato Ubaldo,

Fertile costa d’alto monte pende (…)

Di quella costa, là dov’ella frange

Più sua rattezza, nacque al mondo un sole,

Come fa questo tal volta di Gange”.

Il Sole della religiosità francescana ha dunque illuminato il mondo con la stessa potenza con la quale il sole dell’Oriente si leva facendo brillare in lucentezza il possente fiume indiano. Francesco e la povertà sono visti come inseparabili compagni:

“Ma perch’io non proceda troppo chiuso,

Francesco e Povertà per questi amanti

Prendi oramai nel mio parlar diffuso”.

Da lì, una teoria di affascinanti immagini piene di pathos, nelle quali Dante evoca il dissidio con il padre, la formazione del primo nucleo di penitenti, fino all’incontro con il “Soldano” (il Sultano Al – Kamil, figlio del Saladino, signore dell’Egitto dopo la morte del padre) ed alla vita di contemplazione e penitenza alla Verna, luogo asperrimo (“crudo sasso”) ove il Santo riceve l’ “ultimo sigillo”, ovvero le stimmate.

Tommaso Campanella (1568 – 1639), domenicano eccelso nella filosofia e nella teologia, ma anche poeta, in una sua lirica del 1622 magnifica l’amore perfetto per Dio e per le creature, citando l’esempio di Francesco:

“Ma chi all’amor del comun Padre ascende,
tutti gli uomini stima per fratelli,
e con Dio di lor beni gioie prende.
Tu, buon 
Francesco, i pesci anche e gli uccelli
frati appelli (oh beato chi ciò intende!);
né ti fûr, come a noi, schifi e rubelli”
.

Nel panorama internazionale, di particolare acutezza è l’osservazione del grande scrittore russo Lev Tolstoj (1828 – 1910) nel quinto capitolo di “Che cosa è l’arte?”: “Ci furono sì dei ricchi che, come Francesco d’Assisi, ammisero la dottrina di Cristo nel suo pieno significato e con tutte le sue conseguenze, e le sacrificarono i loro privilegi sociali. Ma la maggior parte delle persone appartenenti alle classi più elevate, sebbene alienate alle dottrine della Chiesa, non vollero nè poterono seguire quell’esempio, perchè l’essenza del vero Cristianesimo consisteva nell’ammettere la fratellanza e quindi anche l’uguaglianza di tutti gli uomini, cosa che avrebbe distrutto i privilegi che erano avvezzi a godere”.

 

Dal canto suo, Hermann Hesse (1877 – 1962), nel suo “Francesco d’Assisi”, pone assieme San Francesco ad altre figuri di mistici, pensatori e Santi che, con il loro esempio, hanno fatto da lievito per lo sviluppo della poesia e dell’emulazione della virtù:

“L’elemento imperscrutabile ed eterno di tali figure sta proprio nel fatto che il solo pensarle fa miracoli, dà nuova forza, incita gli eroi all’azione, i pittori a dipingere e i poeti a cantare, perché tutti costoro vi scorgono un esempio che suscita un desiderio ardente e un saluto di Dio alla terra”.

 Tornando al contesto italiano, il poeta Angiolo Silvio Novaro (1866 – 1938), che tante liriche scrisse per l’infanzia, studiate e mandate a memoria da più di una generazione, canta gli episodi della vita di Francesco legati alla Lupa di Gubbio, alla figura del lebbroso. Vediamo la lirica dedicata alla Lupa:

Viveva un dì, narra un’antica voce,
intorno a Gubbio un lupo assai feroce

che aveva i denti più acuti che i mastini
e divorava uomini e bambini.

Dentro le mura piccole di Gubbio
stavano chiusi i cittadini e in dubbio

ciascuno della vita. La paura
non li lasciava uscire dalle mura.

E San Francesco venne a Gubbio, e intese
del lupo, delle stragi, delle offese;

ed ebbe un riso luminoso e fresco,
e disse: “O frati, incontro al lupo io esco!”.

Le donne avevano lacrime così
grosse, ma il Santo ilare e ardito uscì.

E a mezzo al bosco ritrovò il feroce
ispido lupo, e con amica voce

gli disse: “O lupo, mio fratello lupo,
perché mi guardi così ombroso e cupo?

Perché mi mostri quegli aguzzi denti?
Vieni un po’ qua, siedimi accosto, senti:

Io so che tu fai molto male a Gubbio
e tieni ognuno della vita in dubbio,

e so che rubi e uccidi e non perdoni
nemmeno ai bimbi, e mangi i tristi e i buoni:

Orbene, ascolta: come è vero il sole,
ciò che tu fai è male. Iddio non vuole!

Ma tu sei buono; e forse ti ha costretto
a ciò la fame. Ebbene, io ti prometto

che in Gubbio avrai d’ora in avanti il vitto:
ma tu prometti essere onesto e dritto

e non dare la minima molestia:
essere insomma una tranquilla bestia?

Prometti dunque tutto questo, di’?”.
Il lupo abbassò il capo, e fece: “Si!”.

“Davanti a Dio tu lo prometti?”. E in fede
il lupo alzò molto umilmente un piede.

Allora il Santo volse allegro il passo
a Gubbio, e il lupo dietro, a capo basso.

In Gubbio fu gran festa, immensi evviva:
scoppiò la gioia, e fino al ciel saliva.

E domestico il lupo entro rimase
le chiuse mura, e andava per le case

in mezzo ai bimbi come un vero agnello,
e leccava la gota a questo e a quello.

E poi morì. E fu da tutti pianto
e seppellito presso il campo santo.

Corrado Govoni (1884 – 1965) traspone in poesia la predicazione di Francesco rivolta agli uccelli, con una delicatezza ed un sentimento commoventi:

Tu sì che lo sapevi
perché sono felici gli uccelletti,
tutt’ali per volare e gole per cantare:
perché toccan la terra
soltanto per dormire e per morire.
Erano i tuoi fratelli tripudianti,
anch’essi mendicanti
che campan di minuzie
raccolte per le strade e nei cortili.
E con un cenno della mano
li radunavi tutti:
dai cespugli, vicino; dai boschi, lontano.
Allora ti volavan sulle spalle e sulla testa
e, beccandoti e tirandoti la tonaca,
ti facevano festa
senza sapere quello che volevi.

Poi si quietavano guardandoti
per ascoltare ciò che tu dicevi.
« Lodate sempre il nostro buon Signore!
Lo dovete lodare a tutte le ore!
Non sapete né filare né cucire:
v’ha dato un vestimento duplicato;
perché non seminate né mietete,
vi pasce; e vi dà i fiumi per bere,
e per i nidi gli alberi in fiore.
Lodato sempre sia nostro Signore!»
Gli uccelli rispondevano a gran voce,
e tu li benedivi e licenziavi
con un segno di croce.

Oh! quante volte ti fermasti ad
ammirarli lungo le siepi, sotto i pini,
affaccendati ad intrecciar le culle
di fuscelli, di bioccoli e di crini,
ed a covare zitti e segreti!
La tortorella, quand’era stanca
di stare con la pancia sopra l’uova
calde che tu; toccavi con un dito
per sentir muovere i pulcini,
usciva fuori a picchiare
il maschio, con piccoli gridi:
lo costringeva a far da mamma.
Quante volte parlasti con le rondini,
coi loro rondinini ancora ignudi
che facevano sporco fuor dei nidi!

In campo musicale abbiamo vari esempi: il cantautore di origine istriana Sergio Endrigo (1933 – 2005), nell’album “L’Arca”, rivolto anche e soprattutto all’infanzia, ci presenta il brano “San Francesco”, il quale si compone di un testo semplice ma intenso, accompagnato da una musica di chitarra e tamburello con cori di bambini in sottofondo. San Francesco è ritratto nella sua povertà e nel suo spirito di condivisione con i poveri e di fratellanza con gli elementi naturali, fuoco compreso:

Guarda San Francesco sul suo cammino

A piedi nudi, il poverino

Dorme la notte presso il mulino

Divide il pane col contadino

Guarda San Francesco che va bel bello

E non ha niente nel suo fardello

Saluta il vento “buon giorno amico!”

E dice al fuoco “sei mio fratello…”

Guarda San Francesco sul suo cammino

Che porta in braccio Gesù Cristino

Inventa giochi per il Bambino

Racconta favole all’uccellino

 Guarda San Francesco sul suo cammino (si ripete dall’inizio).

Nel 1972, per il film “Fratello Sole sorella Luna”, di Franco Zeffirelli, il cantautore Claudio Baglioni (1951) compone, assieme a Ritz Ortolani ed a Padre Benjamin, l’omonimo brano, destinato a riscuotere ampio successo come il film:

Dolce è sentire come nel mio cuore
ora umilmente sta nascendo amore.
Dolce è capire che non son più solo
ma che son parte di una immensa vita
che generosa risplende intorno a me,
Dono di Lui, del Suo immenso amore.

Ci ha dato il cielo e le chiare stelle,
fratello sole e sorella luna,
la madre terra con frutti, prati e fiori,
il fuoco e il vento l’aria e l’acqua pura,
fonte di vita per le sue creature.
Dono di Lui, del Suo immenso amore.

Sia laudato, nostro Signore
che ha creato l’universo intero;
sia laudato, nostro Signore,
noi tutti siamo sue creature.
Dono di Lui, del Suo immenso amor.
Beato chi lo serve in umiltà.

Renzo Pezzani (1898 – 1951), poeta per l’infanzia e maestro elementare, ci offre poi, nel campo delle liriche e delle filastrocche, che si pongono all’incrocio fra poesia e musica, dei versi brevi ma incisivi:

A muso a muso, dentro le tue mani,
si cibaron fidenti agnelli e lupi,
timide lepri e cani.

Dai suoi alti dirupi
calò il falco rapace,
e la tortora bianca, a lui vicino,
nel grembo tuo, Francesco, trovò pace.

Chi sete avea di sangue, e il cuore
dall’odio fatto di sasso,
cercò dietro il tuo passo
le briciole del tuo amore,
e poi che ne fu sazio,
alzò verso lo spazio
azzurro gli occhi, e ritrovò il Signore.