




Quella del lupo non è solo una storia che può essere raccontata dal punto di vista ecologico, ma ha anche una forte valenza sociale e culturale che nasce nella relazione tra l’animale e l’uomo e nell’immaginario che l’uomo sviluppa a partire da questa relazione. E’ su questo ultimo aspetto che ci soffermeremo. Sicuramente la storia sociale e culturale del lupo dipende da quella ecologica e dai cambiamenti spesso profondissimi che l’uomo ha determinato sul suo ecosistema. Il Medioevo, almeno sino al X secolo coincide con l’età delle grandi foreste che coprono molta della superficie degli stati europei. In questi ambienti i lupi hanno a disposizione prede e rifugi e non hanno necessità di spingersi oltre il limitare dei boschi e quindi non esistono problemi di convivenza con l’uomo. Dall’anno Mille però le cose cambiano, ai tempi di Carlo Magno la pressione dell’uomo sull’ambiente si fa sempre più forte, le foreste in cui il re e la sua corte amano cacciare devono essere liberate dai lupi e quindi vengono messi in atto provvedimenti per salvaguardare la dotazione di selvaggina delle foreste dell’aristocrazia franca e a questo scopo l’imperatore e i suoi successori emanano una serie di provvedimenti legislativi. Carlo Magno pretende un resoconto continuo del numero di lupi abbattuti nei suoi possedimenti e prevede che su tutto il territorio del suo impero ci siano addetti alla caccia di lupi. Seppure anche l’editto di Rotari nel 643 aveva fatto riferimento alla caccia del lupo, esso non rappresentava una sanguinosa minaccia che giustificasse l’intervento dello stato.
La situazione del lupo peggiora ancora nei secoli successivi per l’attacco sistematico al suo habitat, infatti a partire dal XII secolo l’Europa vive un vero boom economico, gli ampli querceti che dominavano le foreste e che avevano garantito le risorse per l’allevamento brado dei suini, ne fanno le spese per primi. Non solo si assiste a spaventosi disboscamenti, ma i boschi che sopravvivono vengono modificati in modo da essere funzionali alle esigenze umane, fanno la loro comparsa i boschi coltivati in cui vengono sostituite o potenziate alcune specie di alberi, ad esempio si favorisce molto la presenza del castagno, sia per il legname sia per la sua capacità di fornire cibo, inoltre all’interno del bosco vengono costruite case dove vivono legnaioli e contadini. La novità è proprio questa i boschi sono ridotti in dimensione e vengono popolati dagli uomini e questo cambia per sempre la storia del lupo europeo: il lupo si è dovuto abituare ad uscire dai boschi per cercare nutrimento vicino alle case degli uomini e tra il suo bestiame. E’ proprio in questo periodo che aumentano le testimonianze di attacchi contro l’uomo perché inevitabilmente, ridotti i boschi, scarseggiando la selvaggina non rimangono altro che gli animali domestici. Tutto ciò oltre a far nascere la storia del lupo cattivo sarà anche l’inizio di una strage destinata a far scomparire il lupo da gran parte dell’Europa. Dal XIII, ma soprattutto dal XV secolo ogni centro piccolo o grande ha apposite leggi conto i lupi che progrediscono con il progredire dei disboscamenti. L’uomo come dice Riccardo Rao, ha in questo sbagliato due volte: non solo ha ridotto spazi ecologici fondamentali, ma ha anche soppresso una specie fondamentale per l’equilibrio dell’ecosistema.
Abbiamo detto che dall’anno Mille in Europa il lupo torna ad essere connotato in modo fortemente negativo, come lupo cattivo, famelico e feroce, rappresentazione e simbolo del male. Così non era sempre stato, quando le popolazioni contadine erano abituate alla vita dei boschi, il lupo era quasi una presenza familiare, il lupo era ad esempio diffusissimo nell’onomastica nei primi secoli del Medioevo soprattutto nell’Europa del Nord. L’esempio più significativo è Beowulf, il protagonista, guerriero perfetto, dell’omonimo poema scritto nell’Inghilterra dell’VIII secolo. Nomi derivati etimologicamente dalla parola wulf sono presenti presso la gran parte delle popolazioni barbare presenti in Europa Occidentale tra il IV e VI secolo ( Wulfila, Ataulfo, Achiulfo, Vultulfo, Ediulfo). Si chiama Lupo il proprio figlio perché si spera che si possa acquisirne le abilità, la forza, e perché susciti rispetto e timore.
Non sempre l’immagine del lupo è stata così, ad esempio YSENGRIN il lupo antagonista della volpe nel Roman de Renart tra il XII e XIII secolo è una vera spalla comica della volpe. Le sue qualità sono golosità, prepotenza e dabbenaggine ed è con queste caratteristiche che diviene il capostipite dei lupi che vengono presentati nelle fiabe, e nei fumetti, si pensi a Lupo Ezechiele nei Tre Porcellini. Ysengrin viene descritto come un animale violento e stupido perché nel tardo Medioevo non si riconosce più valore né ecologico né culturale al lupo e non se ne ha più paura avendolo drasticamente ridotto con secoli di persecuzione ed inoltre assumendo in toto la visione del mondo prodotta dal medioevo cristiano, dove il lupo e tutti gli animali sono inferiori e demonizzati. Sono stati infatti i testi evangelici, la patristica e la letteratura cristiana nei primi secoli del Medioevo a inventare la figura del lupo cattivo, bestia che non tanto minaccia il gregge, ma soprattutto l’anima e la fede, la paura del lupo è una faccia della paura del peccato.
Nelle saghe nordiche invece i lupi sono protagonisti della cosmogenesi. Nell’EDDA, il più famoso testo norreno del Medioevo, di Snorri Sturluson, pur con mediazioni cristiane, i Lupi governano il ciclo degli astri. Skoll e Hati determinano i cicli solari e lunari, la loro corsa porterà all’Apocalisse di cui nella mitologia norrena sono messaggeri. Nelle culture indeuropee sono proprio i lupi gli esseri psicopompi per eccellenza custodendo il confine tra la vita e la morte. Nel mondo cristiano invece, sul finire del XII secolo il lupo viene utilizzato per combattere quelle che la Chiesa considera eresie: i movimenti dei Catari e dei Valdesi ad esempio che intendono richiamarsi fortemente ai valori evangelici, per combattere questi movimenti vengono demonizzati e repressi e quindi a questo scopo si rispolvera la metafora dei lupi eretici già presente nel Vangelo di Matteo che equipara ai lupi i falsi profeti. Sulla fine del Medioevo ai lupi sono paragonati anche ai nemici politici, i magnati, violenti e avidi, coloro che vogliono prevaricare sul popolo – agnello. Si pensi infatti che gli Statuti di Bologna, Modena, prato e Pistoia del XIII e XIV secolo auspicando una parità tra nobili e popolani immaginano che lupi ed agnelli possano “ pascolare assieme” così come nella Bibbia aveva detto il profeta Isaia. Questa idea del lupo nelle sue accezioni tutte negative è anche ciò che ritroviamo nella Commedia di Dante che entrato nella selva oscura incontra la lupa, l’unica fiera dantesca ad avere solo attributi negativi, infatti rappresenta la gola, la dissolutezza, la cupidigia, la lussuria e l’avarizia. Non è un caso poi che Dante utilizzi il femminile che nel mondo romano era utilizzato anche per indicare le prostitute.
E’ inevitabile che nel confronto tra il lupo eretico e la cristianità esistano storie di santi che miracolosamente addomesticano i lupi. Prima di quella famosissima di San Francesco e il lupo di Gubbio già ne esistevano, ad esempio San Giulio vissuto nel IV secolo sul lago d’Orta, Sant’Eustorgio arcivescovo di Milano vissuto fra l’XI e XII secolo, Sant’Amico di Avellana nell’XI secolo. Con questi miracoli la natura viene posta sotto il dominio della religione, l’ammansimento è un gesto apotropaico che protegge l’uomo dal lupo, dai pericoli della natura, ma soprattutto dai peccati dell’anima. Una grande concentrazione di questi miracoli è presente nell’Italia appenninica dell’XI secolo dove i lupi erano senza dubbio numerosi e dove le trasformazioni del paesaggio avevano determinato incontri a volte anche mortali con gli uomini. In Umbria molte sono le vicende raccontate che possono essere alla base della leggenda del lupo di Gubbio: quella avvenuta presso il monastero di San Verecondo a Perugia con Francesco che attraversa boschi infestati con il suo asinello e miracolosamente non si imbatte in nessun lupo, sempre nel XIII secolo un miracolo di santa Chiara che libera una contrada da lupi famelici e salva una donna di Cannara dalle fauci del lupo.
Ma indubbiamente quello di Gubbio è uno tra i più famosi lupi antropofagi del medioevo. La storia è raccontata per la prima volta nel XIV secolo negli Actus Beati Francisci et Sociorum eius, ma la versione più nota è quella del XXI dei fioretti scritti circa un secolo dopo la morte di Francesco. La città assediata dal lupo feroce non ò certo realistica, ma restituisce la cultura urbana del medioevo che con le mura delimitava nettamente lo spazio interno, protetto dove vige la legge e quello esterno dove il cittadino era esposto ad ogni pericolo. Questo è presente soprattutto nel lupo di Gubbio che non solo ha divorato animali, ma anche gli uomini ed ha quindi infranto la legge della Natura, stabilita da Dio. Già da questo si può comprendere come il racconto del lupo di Gubbio sia diverso da tutte le altre storie di ammansimento, quello cui si rivolge Francesco ha quasi tratti umani ed è per questo che alcuni storici vi hanno visto l’immagine zoomorfa di un qualche brigante o magnate davvero esistito. Francesco non solo va incontro al lupo, ma gli parla e con il gesto della croce lo sottomette e questo rituale di sottomissione viene ripetuto anche di fronte alla popolazione con cui viene stipulato il patto e l’addomesticamento è simboleggiato dal capovolgimento della natura del lupo che entra in città e vive nello spazio proprio degli uomini, della legge, vive in pace con tutti, persino con i cani.
A Gubbio, a partire dalla fine del Medioevo l’incontro tra San Francesco e il Lupo è stato rappresentato molto spesso e l’iconografia che lo caratterizza è il gesto di pace rivolto a Francesco con la zampa posata sulla mano del santo. Il lupo viene mitizzato in una prospettiva cristiana e socialmente accettata e non è un caso che la prima raffigurazione sia stata realizzata nel Convento di San Francesco nel XV secolo. Da lì in avanti è ovunque, nel 1612 è anche presente in un affresco nel Palazzo dei Consoli. Nel XVI secolo vien costruita sul luogo presunto della morte del lupo, in contrada Morlupo, la chiesa di San Francesco della Pace. Il lupo viene venerato come se fosse un santo acquisendo quasi una dimensione autonoma da Francesco nell’immaginario degli Eugubini e non solo. Una storia tutta diversa quella del lupo di Gubbio rispetto a tutte quelle dove il lupo cattivo diventa buono.









