Nella vita di San Francesco, un ruolo fondamentale, ancorchè poco “illuminato” dalla luce storiografica, è quello della madre: Giovanna detta Pica, o Pica di Bourlemont, secondo una precisa scuola di pensiero. Nella “Legenda minor”, composta forse a Parigi da San Bonaventura da Bagnoregio (1217 – 1274) nel 1260 / 62, in contemporanea con la “Legenda maior”, si legge che Francesco fu “chiamato Giovanni dalla madre, e in seguito Francesco dal padre” (“Legenda minor” I, 1). Il nome materno ha dato adito a discussioni e dissertazioni, con pareri ed esiti diversi: nel ‘600, Padre Claudio Frassen (1620 – 1711), del Gran Convento dell’Osservanza di Parigi, dottore della Sorbona, narra che Pica apparteneva alla famiglia Bourlemont di Provenza e sposò Pietro di Bernardone de’ Moriconi, il quale si era recato in quelle contrade per i suoi affari di mercante. Altri studiosi – però – contestano tale tesi; uno fra tutti, Padre Stanislao Melchiorri (1791 – 1871), francescano nativo di Cerreto d’Esi. Nicolò Papini Tartagni (1751 – 1834), sacerdote, autore di una “Storia di San Francesco di Assisi” in due volumi, stampata a Foligno tra il 1825 ed il 1827, ribadisce invece la tesi provenzale, apparentemente rafforzata dalla contestuale indicazione di una data, quella del 1703, nel corso della quale gli archivi del casato di Bourlemont avrebbero ancora custodito il documento del contratto matrimoniale fra Pietro e Pica. Osservando bene il testo, comparando le fonti, si scopre però che tale riproposizione si basa su affermazioni e teorie avanzate da studiosi precedenti, soprattutto sulla scia di Frassen, e in ogni caso del documento non vi è traccia concreta, tangibile. Molti ne parlano, ma nessuno lo ha davvero visto e mostrato agli altri. Ad arricchire il quadro delle ipotesi è poi un articolo del quotidiano napoletano “Il Mattino”, datato 6 novembre 1926: in esso si riconduce la genealogia di Monna Pica agli Anglusires Des Stoges, aristocratici originari della provincia della Champagne dai quali poi, nel 1468, avrebbe tratto origine il casato dei Bourlemont.
Un altro filone storiografico ed ermeneutico punta la sua attenzione sull’area piceno – umbra: il nome Pica si riconnetterebbe decisamente a questa zona (l’animale totemico dei Piceni era, com’è noto, il picchio). Ed allora, come si spiegano i francesismi? Bourlemont sarebbe la francesizzazione di Belmonte Piceno o, in alternativa, di Monte Burella, rilievo che si erge nei pressi di Nocera Umbra ed ai piedi del quale esisteva una stazione di posta o, in latino, mansio.
Quali che siano le autentiche radici gentilizie di Monna Pica, è interessante soffermarsi sul ritratto che di lei ci offre San Bonaventura nella “Legenda maior” (II, 3): abbiamo dinanzi ai nostri occhi una figura dolce, comprensiva, in costante, empatica corrispondenza con i desideri, con l’irresistibile spinta vocazionale del suo amato figlio Francesco. Costui, manifestato l’intento di spogliarsi di ogni ricchezza e di farsi povero tra i poveri, viene percosso ed incatenato dal padre nel sottoscala dell’abitazione familiare (presso l’odierna “Chiesa nuova”) ed è allora la madre che, con un gesto risoluto e coraggioso, approfittando della momentanea assenza del marito, lo libera e lo incoraggia a seguire il suo cuore. Una madre, nel suo piccolo, eroica e determinata, che fa il paio con altre figure femminili della storia passata e presente.













