
La vicenda umana e spirituale di San Francesco d’Assisi è profondamente intrecciata con la città di Gubbio, da molti ritenuta la città della rinascita di Francesco, che lo accolse nei primi anni del XIII secolo dopo la rinuncia ai beni di famiglia come uomo nuovo che voleva vivere in povertà tra gli ultimi. La presenza di Francesco a Gubbio, con più soggiorni tra il 1207 e il 1222, seguiva di pochi anni il trasferimento del corpo di Sant’ Ubaldo al monte Ingino, coincidendo quindi con un periodo di grande fervore spirituale animato dai pellegrinaggi in onore del santo patrono più amato dagli eugubini. Sono gli anni segnati anche dall’azione pastorale del vescovo Villano, incentrata proprio sulla carità e sostegno ai poveri, sui valori della pace e della riconciliazione tra gli uomini e sulla riforma del clero, di cui il vescovo continuava a sostenerne la vita in comune. Ma com’era Gubbio al tempo di Francesco, quali cambiamenti urbanistici, politici, sociali ed economici la caratterizzarono nel corso del Duecento?
A quei tempi Gubbio si chiamava Agobbio ed era un Libero Comune di orientamento tendenzialmente filo-imperiale quindi ghibellino che esercitava giurisdizione su un territorio abbastanza vasto di oltre 800 km quadrati, al centro di uno dei crocevia economici e culturali più importanti dell’Italia medievale. L’area geografica confinava in Umbria con i territori di Nocera, Città di Castello, Perugia e Assisi, si espandeva poi a nord est dell’Appennino nelle attuali Marche, lungo un corridoio che da Cagli giungeva fino a Pergola e Montesecco, dunque a pochi chilometri dal mare e dai porti dell’Adriatico. Una fitta rete di castelli e insediamenti monastici (famoso fu quello di Santa Croce di Fonte Avellana sul monte Catria) presidiavano il territorio che fu spesso coinvolto in contrasti con i comuni limitrofi nel corso del Duecento. Il fronte più instabile fu quello con Perugia, città da sempre filo-papale quindi guelfa, che aveva cercato di estendere i propri dominii in territorio eugubino con due importanti azioni militari negli anni 1216-1217 e 1257-1259. Negli anni 60 del XIII secolo lo scenario cambierà… l’epilogo della presenza sveva in Italia e la cosiddetta svolta angioina nel Sud voluta dai pontefici Urbano IV e Clemente IV indebolirà la fazione imperiale facendo venir meno un potere alternativo…anche Gubbio si piegherà dalla parte della Chiesa divenendo guelfa. Il Duecento fu anche il momento di evoluzione dell’istituzione comunale che vide anche a Gubbio i Consoli affiancati prima dalla carica del Podestà (inizi del Duecento) e poi da quella del Capitano del popolo (metà del Duecento). Il primo era in genere un cittadino nobile proveniente da un altro comune, aveva potere esecutivo, convocava i consigli e amministrava la giustizia. Non era un capo politico quanto piuttosto un funzionario a termine stipendiato dal comune che doveva porsi al di sopra delle rivalità locali. Il secondo era spesso un nobile ed affiancava il podestà nell’esercizio del potere esecutivo e nella convocazione dei consigli. Nel settore della giustizia esercitava anche la giurisdizione di appello alle sentenze del podestà, svolgendo in questo senso la funzione di difensore del popolo, dei nuovi ceti emergenti, quello delle arti e dei mercanti che nel Trecento saranno protagonisti della fase di governo popolare.
Nel territorio di pertinenza del comune le conche si alternavano tra colline e montagne, vi erano anche corsi d’acqua dalla portata importante, come il Camignano, il Cavarello, il Saonda, l’Assino e il Chiascio che attraversavano la conca o planum su cui si affacciava la Gubbio medievale. Lungo il loro percorso si concentravano svariate attività economiche che sfruttavano l’energia idrica prodotta dai mulini. La produzione dei panni di lana e il lavoro del cuoio erano i due settori più dinamici della economia locale e buona parte dell’approvvigionamento delle materie prime come lana, cotone, lino e pellami passava dai porti dell’Adriatico o proveniva dai mercati toscani di Firenze, Pisa e Siena. Anche l’arte muraria e quelle collegate dei fabbri e legnaioli furono molto attive. Nel Duecento infatti la Gubbio medievale appariva come una città in costruzione e continua trasformazione, per le mutate esigenze delle principali istituzioni laiche e religiose che richiedevano spazi e residenze più adeguate e per il forte aumento demografico. Nella prima metà del secolo lo spazio urbano era ancora suddiviso in una parte alta e una bassa: in posizione di altura, sopra un’alta scarpata sulle pendici del monte Ingino, dove sorgerà nel XV secolo il palazzo ducale, era la platea communis con il Palazzo comunale, la nuova Cattedrale e la Canonica di San Mariano. Il nucleo più antico del palazzo comunale, con affaccio diretto sulla piazza del comune, fu ampliato con la costruzione di un “voltone” che fungeva da base per l’amplia sala del consiglio, illuminata da numerose finestre ogivali con vista verso la piana. Al centro della piazza si trovava la fontana dell’Arengo, trasferita in seguito nel Palazzo dei Consoli, divenuto la nuova residenza di governo comunale nel XIV secolo. La scarpata, alcune schiere di edifici e mura di cinta proteggevano questo nucleo strategico sede del potere civile e del potere religioso. In basso, sotto la scarpata, erano più nuclei abitativi o vici sviluppatisi nei secoli precedenti. La scarpata di cui si parla diventerà nella prima metà del XIV secolo l’area di edificazione dei nuovi palazzi pubblici e di Piazza Grande.
Il vicus Ultra Aquam era un insediamento di origine feudale a base aristocratica sviluppatosi tra il IX e il XII secolo sulla riva destra del fiume Camignano, all’imbocco della Gola del Bottaccione. Separato dal fiume dal resto della città, conobbe un ampliamento nel corso del XIII secolo quando divenne parte del quartiere di San Martino di cui tuttora ne rappresenta la parte più antica e medievale, con la caratteristica forma a goccia, percorsi viari a curva e case –torri gentilizie perfettamente allineate alle abitazioni minori. Il vicus Platee rappresentò il principale luogo di riunione e scambio anche commerciale della città altomedievale. L’insediamento era sorto intorno alla chiesa e canonica di San Mariano, sede del primo episcopio eugubino. Con il trasferimento della sede vescovile sulle pendici del monte Ingino tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, l’area accolse nella prima metà del XIII secolo la chiesa di San Giovanni. Delimitato a valle dal fiume Camignano, l’insediamento si caratterizzò con una forte componente popolare, per la presenza di artigiani impegnati nelle numerose attività produttive legate alla presenza dell’energia idrica fornita dal fiume, attestata ancora oggi dalla toponomastica dell’area: troviamo via delle conce (per la concia del pellame), via dei Battilana (per la produzione di panni di lana pregiata), via dell’Abbondanza (per la presenza dei mulini dove si macinava il grano). Il grande spazio aperto intitolato oggi ai 40 Martiri di Gubbio e per buona parte occupato dai giardini pubblici, costituiva nel XIII secolo il campus mercatalis, un’ampia area inedificata e priva di pavimentazione e adibita a mercato degli animali vivi, inizialmente esterna alla cinta muraria. Nelle vicinanze del mercatale la famiglia di Giacomello Spadalonga era proprietaria di terreni e possedeva un fondaco tra i più importanti della città. Commerciavano in panni di lana ed è a loro che Francesco si rivolse giunto a Gubbio da Assisi chiedendo ospitalità e sostegno. Federico, il figlio di Giacomello aveva stretto amicizia con Francesco anni prima durante una prigionia nelle carceri di Perugia e fu lui a donare a Francesco la tunica di bigello grigio divenuta in seguito l’abito dei francescani. Gli Spadalonga furono anche i donatori del terreno su cui verrà costruita a metà del Duecento la chiesa di San Francesco.
Nella seconda metà del secolo, sulla spinta di un nuovo incremento demografico favorito anche dalla stabilità politica del governo comunale guelfo, si ebbe una espansione dell’abitato verso il basso, in particolare in direzione sud est. Qui si estendeva un’area agricola recintata in leggera pendenza, con terreni prevalentemente coltivati a vigne e albereti, di proprietà dell’antica abbazia di San Pietro e in prossimità della chiesa era un piccolo nucleo abitato, il vicus Griconie che venne ampliato attraverso un ridimensionamento dei terreni agricoli per accogliere i nuovi ceti artigiani emergenti. L’impianto simmetrico e regolare dell’attuale quartiere di San Pietro è ancora oggi testimone di quella fase di sviluppo economico e sociale conosciuto dalla città di Gubbio nel XIII secolo. Le proprietà dell’antica abbazia di San Pietro si estendevano nella campagna circostante includendo anche la piccola chiesa di Santa Maria della Vittoria. Costruita dopo l’853 a ricordo di una vittoria degli eugubini sui saraceni, la chiesetta fu concessa in uso dai benedettini e dal vescovo Villano a Francesco e ai suoi compagni, divenendo il primo insediamento di frati minori nel territorio eugubino. Qui Francesco aveva ammansito il lupo di Gubbio e presso il vicino ospedale di San Lazzaro di proprietà della curia aveva prestato assistenza ai lebbrosi. La lebbra, presente in Europa e nei paesi del Mediterraneo fin dal VI secolo, rimase una malattia di estrema gravità fino al XIV secolo. Le città medievali si salvaguardavano attraverso una politica sanitaria che prevedeva l’istituzione di lebbrosari fuori dalle mura. Con il termine lebbra si indicava nel medioevo non solo la malattia batterica vera e propria ma tutta una serie di infezioni che si manifestavano sulla pelle in modo vistoso e orripilante. In ogni caso, avendo il morbo un periodo di lunga incubazione che poteva andare dai cinque ai dieci anni, si interveniva con la prevenzione tramite l’allontanamento del malato e il suo isolamento negli ospedali appositi. La lebbra generava da una parte sentimenti individuali e collettivi assai negativi (ripugnanza, rifiuto, terrore del contagio) e veniva ritenuta un castigo divino per l’umanità peccatrice; dall’altro creò i presupposti per una concezione totalmente rovesciata, in cui la malattia assumeva il ruolo di strumento di salvezza inviata da Dio, il lebbroso divenne pertanto l’immagine del Cristo sofferente e l’attività di assistenza verso i malati assunse una valenza e una missione religiosa. Gli ospedali medievali erano anche gestiti da confraternite, organizzazioni laicali di carità e assistenza che dal XIII secolo caratterizzeranno la vita cittadina insieme alle chiese e ai conventi degli ordini mendicanti. L’insediamento dei Francescani, Domenicani e Agostiniani ai margini dell’abitato cittadino comportò a metà del XIII secolo la costruzione di una nuova e più amplia cinta muraria e il delinearsi di una nuova forma urbana basata su una croce di chiese con al centro la pieve di San Giovanni, vero e proprio baricentro della città murata. Lo spazio urbano, precedentemente diviso in sette vici, si fuse e si strutturò in quattro quartieri, due a monte (Sant’Andrea e San Giuliano) e due a valle (San Martino e San Pietro). Ogni quartiere era a sua volta organizzato in contrade collegate da un sistema di strutture a trivio, cioè slarghi formati dalla congiunzione di tre vie che costituivano i luoghi più frequentati e più adatti alla socialità, spazi in cui ritrovarsi per concludere affari o punti di ritrovo degli uomini delle contrade attorno al proprio Gonfalone in caso di necessità. Altri luoghi di raduno potevano essere le chiese, alcuni palazzi ma anche i ponti, le fontane e le porte. Tuttora, a nord est della città, fra i monti Foce e Ingino, è possibile ammirare l’acquedotto medievale costruito a partire dalla metà del Duecento. Esso collegava la città ad un bacino artificiale ubicato ai piedi del monte Foce, seguendo il percorso di un sentiero tracciato lungo le falde occidentali del monte Ingino. Le acque immesse in città servivano sia ad alimentare i due fiumi cittadini (Camignano e Cavarello), rendendoli utili al fabbisogno delle attività manifatturiere che necessitavano di energia idrica, sia una serie di fontane cittadine collocate nei quartieri e utili ai bisogni quotidiani dei cittadini.
Nel Medioevo Gubbio si distinse come uno dei luoghi più significativi anche nel campo delle arti figurative. La sua posizione geografica centrale nell’area appenninica le ha permesso contatti molteplici facendola divenire un centro ricettore e propulsore di tradizioni e innovazioni. Accanto ad audaci architetti, fiorirono generazioni di maestri della pietra, intagliatori del legno, pittori e miniatori. Fu Dante Alighieri a indicare il ruolo preciso occupato da Gubbio nella storia dell’arte italiana in un canto della Divina Commedia….salendo le balze del Purgatorio, nel girone dei superbi, il poeta incontrò Oderisi “l’onor d’Agobbio”, un decoratore di libri divenuto famoso nell’arte della miniatura. Oderisi e suo padre Guido di Pietro da Gubbio furono entrambi abili pittori attivi in Umbria e a Bologna nella metà del XIII secolo.









