




Il primo a delineare l’aspetto fisico di San Francesco fu Tommaso da Celano, il suo primo biografo. Tommaso lo conobbe e lo descrisse “di statura mediocre, piuttosto piccola; la carnagione tendente allo scuro; la testa rotonda, la faccia protesa; la fronte piana e piccola; le braccia piuttosto brevi, i piedi piccoletti”. Nelle prime rappresentazioni figurative il santo appare, dunque, conforme all’indicazione del Celano.
Un ritratto di Francesco è rappresentato nel Sacro Speco di Subiaco dove, secondo un’antica tradizione, nel 1223 il Santo si era recato per venerare il fondatore del monachesimo occidentale, San Benedetto. Questa immagine è considerata la pittura ritraente San Francesco più antica al mondo: nell’affresco compare come un frate comune – non è ancora santo – non ha stimmate né aureola, indossa una tunica cinta da una corda e un alto cappuccio (Fig. 1).
Al 1235, risale invece la famosa Tavola di Pescia (fig. 2), realizzata da Bonaventura Berlinghieri, in cui la figura del Santo è inserita tra due angeli a mezza figura e alcune piccole scene della sua vita. La figura di Francesco è esageratamente lunga e sembra fluttuare nell’aria. Come nell’altro ritratto, il viso è allungato, gli occhi sono scuri, la barba bionda tagliata a punta, il naso affilato. In questo dipinto cominciano a determinarsi gli attributi iconografici tipici: le stimmate, il cordone con tre nodi (che alludono ai tre voti della Regola: povertà, ubbidienza e castità), il cappuccio, il libro della Regola.
Molto celebre è un affresco databile al 1280-90 ca. presente nel transetto destro della Basilica Inferiore di Assisi, opera di Cimabue (fig. 3); anche se il pittore toscano, nato nel 1240, non poté mai conoscere personalmente Francesco d’Assisi, morto nel 1226, questa per tradizione è considerata l’immagine, in Umbria, più vicina al reale aspetto di Francesco così come ce lo descrivono le fonti francescane.
Con Giotto, negli affreschi della Basilica Superiore di Assisi (1290-95), si ha un vero cambiamento: oltre ad introdurre una tridimensionalità ed un realismo inedito ai dipinti, il pittore si concentra sull’espressione dell’emozione intima per mezzo dei movimenti del viso e del corpo. Tra gli episodi della vita del santo Giotto racconta scena in cui Francesco riceve le stimmate durante una visione sul monte Verna nel 1224 (fig.4) e la scena della predica agli uccelli, simboli entrambi considerati suoi attributi iconografici (fig.5). Noto è il suo amore incondizionato e rispetto per tutti gli animali che considerava fratelli e sorelle; comunicando con loro li esortava a pregare il Signore. Il XXI Fioretto narra di come riuscì ad ammansire il feroce lupo di Gubbio: l’episodio divenne così celebre che l’iconografia di San Francesco col lupo si diffuse a partire dalle zone toscane. Nella chiesa di San Francesco di Pienza è ancora oggi visibile un San Francesco e Lupo (fig. 6) tra gli affreschi absidali attribuiti ai senesi Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero, eseguiti intorno al 1380. L’episodio lega inevitabilmente il Santo a Gubbio per la sua presenza effettiva in città (dopo essersi spogliato di tutti i suoi averi, in pubblica piazza ad Assisi, intraprese il cammino verso Gubbio), come anche l’episodio della vestizione del poverello da parte dell’eugubino Spadalonga, di più antica tradizione. A livello iconografico questo episodio verrà ad un certo punto soppiantato da quello dell’ammansimento del lupo per i suoi evidenti elementi di fascinazione, tanto da essere poi scelto per essere rappresentato nel Sigillo della Custodia dei frati conventuali di Gubbio (fig. 7). L’episodio del lupo, universalmente riconosciuto come simbolo di riconciliazione e di pace, rappresenterà da quel momento, la tipologia più presente nell’arte eugubina.
Altri attributi iconografici che appartengono a San Francesco sono il teschio, richiamo alla mortalità e alla fugacità della vita terrena, un “memento mori” che sottolinea l’importanza della spiritualità rispetto ai beni materiali e la Croce con la lettera Tau, simbolo francescano di salvezza.
Anche gli altri santi francescani sono riconoscibili grazie ad alcuni simboli. Santa Chiara d’Assisi, fondatrice dell’ordine delle Clarisse, è spesso associata alla figura di San Francesco, a cui si ispirò nella sua scelta di vita. Nell’arte la si vede rappresentata con specifici simboli e attributi che richiamano la sua vita e spiritualità: l’abito francescano, saio marrone o grigio con cordone e tre nodi, simbolo dei voti, il velo nero o bianco, simbolo della sua verginità e consacrazione, il giglio (fig. 8) o un ramoscello, entrambi simboli di purezza, l’ostensorio o il pane, elementi che richiamano al miracolo dell’ostensione dell’ostia durante l’assedio di Assisi da parte dei Saraceni, quando la presenza del Santissimo Sacramento mise in fuga i nemici. Anch’essa, è spesso ritratta con un libro, la Regola dell’ordine delle Clarisse che Chiara stessa scrisse e seguì. Un attributo, piuttosto raro, sono le lanterne (fig. 9) in riferimento al suo nome.
Santa Elisabetta, principessa ungherese, entrò nel Terz’ordine Francescano a seguito della morte del marito Ermanno I, langravio di Turingia. E’ dunque riprodotta a volte in abiti regali con la corona (fig. 10), a sottolineare la sua nobile origine, a volte in abiti monastici in memoria del suo ingresso in convento. Altro simbolo iconografico ricorrente è il grembiule (fig. 11) raffigurato pieno di rose che allude al miracolo dei pani trasformati in fiori: la leggenda narra che, mentre portava cibo ai poveri nel suo grembiule, le provviste si trasformarono in rose, evento miracoloso che esprime la sua fede e generosità. Elisabetta compare nell’arte con il classico Crocifisso, elemento comune nell’iconografia cristiana, a memoria della sua devozione e del suo sacrificio ma la sua immagine potrebbe essere associata anche a raffigurazioni di chiese o edifici, come gli ospedali, a indicare la sua attività caritativa e la costruzione di strutture per i bisognosi; patrona e protettrice di infermieri e società caritatevoli ad essa è associato anche al simbolo delle elemosine.
Sant’Antonio da Padova, nato Fernando Martins de Bulhões a Lisbona nel 1195, era un giovane nobile, che entrò dapprima nell’Ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino a Coimbra. Ma il martirio di alcuni fratelli francescani, in spedizione missionaria alla volta del Marocco, i cui corpi vennero trasportati proprio a Coimbra, costituì per lui la spinta decisiva all’ingresso nell’ordine del santo d’Assisi nel 1220. Nell’arte è raffigurato come un giovane frate dallo sguardo luminoso, con la tonsura e il saio scuro. Tiene in mano un giglio, simbolo di purezza, castità e innocenza, e sorregge in braccio il Bambin Gesù oppure lo guarda con adorazione (fig. 12). Antonio ebbe una visione di Gesù che si manifestò a lui in forma di bambino mentre stava leggendo e questo miracolo viene descritto come una delle esperienze mistiche più significative della sua vita. Altri simboli identificativi sono il libro che rappresenta la sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura e la sua attività di predicatore, la corona del rosario che sottolinea la sua devozione alla Vergine Maria. Sant’Antonio da Padova è inoltre associato ad alcuni eventi miracolosi, che compaiono anche nelle rappresentazioni pittoriche, e lo vedono – come San Francesco – rapportarsi con il mondo degli animali: tra i tanti episodi si ricorda quello avvenuto a Rimini in cui una mula affamata scelse di inginocchiarsi davanti all’ostia rifiutando il fieno, dimostrando così la presenza reale di Cristo.
Di nobile stirpe fu anche San Ludovico di Tolosa, secondogenito di Carlo II d’Angiò, re di Sicilia e di Maria d’Ungheria. È ricordato per la sua scelta ascetica di abbandonare i poteri terreni per una vita di fede e povertà francescana. Gli attributi iconografici che lo caratterizzano sono il saio dell’ordine e le insegne vescovili mitra e pastorale, simboli di autorità e guida spirituale, che indicano il suo ruolo di vescovo di Tolosa. E’ spesso raffigurato mentre tiene il libro della regola francescana, a ricordare il suo impegno nell’ordine dei frati minori e mentre incorona il fratello Roberto d’Angiò (fig. 13), gesto di rinuncia al trono di Napoli in favore di quest’ultimo.
San Bernardino da Siena è considerato uno dei più importanti comunicatori esistenti, capace di radunare grandi folle. La sua attività di predicatore fu molto intensa, si dice che avesse la capacità di spiegare il Vangelo con un linguaggio semplice da far vibrare i cuori. Per diffondere il culto del Nome di Gesù ideò il Cristogramma (IHS), entrato nell’uso iconografico comune e divenuto familiare al popolo: ai fedeli che ascoltavano le sue prediche venivano fatte baciare delle tavolette di legno incise con il monogramma IHS sormontato da un Crocifisso e attorniato da un sole (fig. 14). Questo simbolo è diventato il suo attributo iconografico principale, e proprio per averlo concepito e diffuso – oggi e considerato un “logo” anticipatore delle moderne strategie di comunicazione – è divenuto patrono dei pubblicitari e dei comunicatori. Bernardino è anche rappresentato con l’abito francescano, il libro e a volte con tre mitrie o pastorali ai suoi piedi, riferimento ai tre vescovati che rifiutò in vita, simboli di umiltà e rifiuto del potere ecclesiastico.
Luigi IX, divenuto poi San Luigi di Francia, fu il quarantaquattresimo re di Francia, nono della dinastia capetingia, dal 1226 fino alla sua morte. È il primo re di Francia canonizzato, venerato come il “sovrano modello” per la sua combinazione di profonda spiritualità e autorità regia secondo la figura del “re santo”. In Italia le prime attestazioni pittoriche di San Luigi risalgono al Trecento e compaiono in chiese dell’ordine francescano. Giotto lo ritrasse con lo scettro gigliato e il cordone dei francescani nella cappella Bardi della chiesa di Santa Croce a Firenze, Simone Martini lo rappresentò in abiti regali con in mano il globo, simbolo imperiale e divino, nella Cappella di San Martino della Basilica Inferiore d’Assisi (fig. 15). Anche in età moderna l’iconografia di San Luigi esibisce la corona e lo scettro, ma gradualmente inizia a prevalere l’immagine del re pio e penitente. Nel Seicento il re è rappresentato come esempio di perfetta religiosità, ma anche come protagonista di estasi e visioni. In alcune miniature siede su un trono caratterizzato da teste e zampe di leone, un attributo che simboleggia la sua giustizia e la sua capacità di moderare le passioni. È inoltre ricordato come il “re costruttore” per la sua intensa attività edilizia, la partecipazione alle Crociate e per aver acquistato la Sacra Corona di Spine.
San Bonaventura da Bagnoregio, al secolo Giovanni Fidanza, è considerato uno tra i più importanti biografi di San Francesco d’Assisi. E’ infatti alla sua biografia, la Legenda Maior, che si ispirò Giotto per realizzare il ciclo pittorico della vita di Francesco nella Basilica di Assisi. Dal 1257, e per i successivi 17 anni, fu ministro generale dell’Ordine francescano del quale è ritenuto uno dei padri, quasi un secondo fondatore. Sotto la sua guida furono pubblicate le Costituzioni Narbonesi su cui si basarono tutte le successive costituzioni dell’Ordine. Fu Vescovo e Cardinale e dopo la morte venne canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa quindi rappresentato spesso con un libro a simboleggiare gli insegnamenti teologici e, in generale, la sua profonda conoscenza. Sin dagli inizi del Trecento Bonaventura viene raffigurato come un frate di mezza età, tonsurato, glabro o con una corta barba, vestito del saio francescano stretto in vita dal cordiglio e sandali ai piedi, solitamente munito di aureola. In alcune immagini indossa il galero o la mitra, in ricordo della sua carica di Cardinale Vescovo di Albano (fig.16); il piviale e il bastone pastorale divengono attributi costanti solo nel XV sec., in particolare dopo la canonizzazione. In precedenza l’immagine isolata di Bonaventura è raramente proposta alla venerazione dei fedeli, in quanto si tratta di un personaggio assurto agli onori della Chiesa per la sua opera di teologo e mistico, e non per episodi di vita santa e miracolosa clamorosi a livello di devozione popolare. Facevano eccezione naturalmente i francescani, che fin dall’inizio del Trecento annoverano Bonaventura fra i beati dell’Ordine; anche in ambito francescano, tuttavia, la raffigurazione della sua immagine è limitata, nel corso del Trecento, quasi unicamente alle rappresentazioni pittoriche relative o connesse al Lignum vitae: è rappresentato intento a scrivere questo trattato teologico e mistico che rappresenta la storia di Cristo.




















